Eppure anche in codeste angustie della vita e dell'anima, generoso e nobilissimo sempre, al Foscolo che si dibatteva fra quei suoi voluti e non degni impicci, offeriva l'aiuto dei pochi denari di cui poteva disporre; e di ben altro che di denari lo beneficava con quest'altre parole: «Non vi abbandonate, pensate alla Madre, alla patria, alla felice probabilità di una vita migliore dove l'Essere degli Esseri farà giustizia dei malvagi e dei buoni, dei deboli e dei forti. Pensate alla Madre, fate quello che essa approverebbe. Nelle calamità conviene ubbidire ad un pensiero: quel pensiero della Madre sia la vostra àncora di salute.» E soggiungeva, come voto estremo: «Dio ci possa riunire sotto al cielo delle due sole contrade al mondo ch'io amo, Italia e Grecia, nutrici degl'ingrati popoli d'Europa!». Imperocchè quando così scriveva al Foscolo, e avvisava il Cousin, dopo lungo silenzio, di «essersi rilevato da quell'abbattimento, non con una risoluzione, ma con un'azione, con un'azione cominciata e il cui seguito non dipende più da me», Santorre si era impegnato col comitato filelleno di soccorso residente in Londra, a partire con altri esuli italiani per la Grecia. E rivide il Foscolo: il Foscolo che per la Grecia, in quelli anni epici del suo risorgimento, null'altro fece se non scrivere per Parga, tradita dall'Inghilterra ai Turchi, un libro a pubblicare il quale gli mancò il coraggio, che non mancò al Berchet a pubblicare, pur dimorando in Inghilterra, I profughi di Parga che sono contro quel reo mercato una rovente maledizione. Si rividero, presente lo Scalvini; e a Santorre che dicendogli addio gli chiedeva se nulla gli abbisognasse per la Grecia, il Foscolo, evitando la risposta, «Senti», gli diceva, prendendo un foglio, «senti questi versi, che ho tradotti, d'Omero». Il Santarosa ascoltava; ma forse pensando in quel punto ciò che proprio in quei giorni scriveva a un amico: «Quando si ha un animo forte, conviene operare, scrivere o morire».

Il 5 di novembre del 24 egli e il Collegno, novamente commilitoni, salpavano dall'Inghilterra con questi sentimenti che, in una lettera al Cousin, esaltano ogni animo bennato: «Amico mio, io non avevo simpatia per la Spagna; e là, per ciò solo, non sarei stato buono a nulla. Ma la Grecia, la patria di Socrate, capisci? io l'amo di un amore che ha in sè qualche cosa d'augusto. Il popolo greco, valoroso, buono, sopravvissuto a secoli di schiavitù, è fratello del mio; comuni i destini d'Italia e di Grecia; e poichè nulla posso per la mia patria, alla Grecia io debbo consacrare questi pochi anni di vigore che mi restano.... Porto con me il tuo Platone. La prima lettera che ti scriverò sarà da Atene: e tu preparami le tue commissioni per la patria de' nostri maestri». E al Provana, da Napoli di Romania, il 10 dicembre: «Ti scrivo» e scriveva anche alla sua Carolina «appena giunto in questa santa terra. Non sono lungi che poche miglia dal luogo dove Agamennone, il re dei re, fu tradito, trafitto e vendicato. Questo paese era forse, quanto agli agi della vita, in condizione non dissimile dalla sua presente, nell'epoca che ha preceduto la guerra di Troia. La scimitarra turca vi distrusse ogni civiltà. Oh come disprezzo i biasimatori delle Crociate!... Non so nulla di quello che sarò e farò. Forse vedremo in breve la patria di Socrate».

La patria di Socrate, ben egli la vide quel legittimo figliuolo degli antichi savi ed eroi, e potè esaltarsi nel suo sempre giovanile entusiasmo, approdando al Pireo, ascendendo l'Acropoli, dopo aver toccato Epidauro e l'isola di Egina, e in questa visitato il tempio di Giove panellenico, come poi in una gita per l'Attica il campo di Maratona e il campo Sunio: e in Atene nel tempio di Teseo, aggiungeva il suo nome a quello che ci trovò d'un concittadino valente, il conte Vidua, ardito e studioso viaggiatore; e più caramente il proprio e i nomi de' suoi due Luigi, Ornato e Provana, scrisse in una colonna del tempio di Minerva Suniade. Ma l'agio concessogli a quel pellegrinaggio della sua religione aveva cagion dolorosa: ed era la freddezza con la quale i capi del movimento greco, istruiti segretamente dal Comitato di Londra che avea malvolentieri (e non l'aveva dissimulato) veduta la sua partenza, ricevettero il conte di Santarosa, l'uomo sul cui nome ben più gravemente che su quello di altri esuli pesava, con la condanna a morte, la persecuzione di tutte le polizie dell'Europa, di quell'Europa nella quale anche allora la misera Grecia era costretta a confidare. Egli stesso ne aveva avuto il presentimento allorchè, vicino al termine del loro viaggio, allo scoprirsi le montagne del Peloponneso, esultando gli altri, lui solo, appoggiato a un cannone: «Non so perchè,» diceva al suo Collegno, «mi rincresce che il viaggio finisca. Temo che la Grecia non corrisponda all'idea che me ne son fatto: chi sa come saremo ricevuti, e qual sorte ci è riserbata!». E quando, messi alle strette, dovettero confessargli che il suo nome, troppo noto, poteva compromettere il Governo Greco presso la Santa Alleanza, e perciò ne prendesse un altro, se voleva restare, senza che, anche ciò facendo, gli venisse offerto un comando o una direzione qualsiasi; — chè del resto, dicevano, noi abbiamo bisogno, più che d'uomini, di denari; — e allora non mancarono il Collegno e gli altri di mostrargli rimaner egli sciolto da ogni vincolo verso il paese che così di malagrazia accettava la sua spada e il suo sangue; — il prode uomo tuttavia persistè e rimase: e sotto il nome di Derossi (parte gentilizia del suo cognome) l'ex-ministro piemontese vestì la divisa di semplice soldato greco. La Santa Alleanza perseguitava fin laggiù la sua vittima, mentre vegliava sospettosa (l'Austria specialmente della Russia) su tutta la rivoluzione greca, dalla quale era riuscita a stornare anche la benedizione del Papa, il buono e a suo tempo eroico Pio VII, sulla cui intemerata coscienza fu violenza empia dell'Austria, che dovesse pesare il carico, poco prima ch'e' si presentasse a Dio, di aver respinte le istanze dei Greci, profferenti la riunione delle due Chiese Greca e Latina, a patto di essere ricevuti sotto la protezione del Pontefice e delle Potenze cristiane. Per tal modo la Curia Romana abbassava anche quella volta alla stregua de' suoi temporali e illegittimi interessi italici i sublimi interessi cattolici della cristianità.

Destinato all'assedio di Patrasso, il Santarosa si trovò il 21 aprile, dopo un fatto d'arme contro le genti d'Ibrahim pascià, a dover entrare in Navarrino; ed ivi rimase, senza che nella piazza assediata si avessero i mezzi per offendere il nemico. Al Collegno era affidato il comando del Genio. Fra quello scontro con le truppe egiziane e l'ingresso in Navarrino, accadde che una gocciola d'acqua penetrasse sotto il vetro che copriva i ritratti, i quali Santorre portava sempre seco, de' suoi figliuoli: aperse l'astuccio, e nell'asciugarla gli venne cancellato il viso del suo Teodoro. Ne fu turbatissimo, come di sinistro presagio: ci pianse, e voltosi al suo Collegno gli disse: «Sento che non gli rivedrò più». Durante quelli ultimi quindici giorni della sua gesta magnanima, l'eroico fantaccino leggeva Shakspeare, il Tacito del Davanzati, il Tirteo del suo Provana.

Intanto la piazza, non potuta liberare dalla flotta greca, era sempre più stretta dai Turchi, ormai non più che a cento passi dal muro. Allora si pensò a rinforzare il presidio dell'isoletta di Sfacteria alla bocca del porto, e vi fu mandato un centinaio di uomini: uno di essi volle essere Santorre. Era il 7 di maggio. La mattina dipoi egli avvisava il Collegno della possibilità d'uno sbarco sull'isola: questo lo effettuavano i nemici poche ore dopo, e a mezzogiorno l'isola era occupata da Soliman bey. Dei milledugento uomini che la difendevano, alcuni avean potuto essere raccolti da navi greche che bordeggiavano nel porto: due si salvarono a nuoto, e riferirono che molti altri, traverso un guado al nord dell'isola, avean fatto capo a Navarrino vecchio. Ma il dì 10 anche quel castello era in mano dei Turchi. Navarrino, dopo tentate le estreme difese (e il Collegno, ferito a un braccio, proponeva di farsi tutti seppellire fra le rovine della cittadella), dovè trattare la resa. Ai parlamentari, che il dì 16 andavano al campo nemico, si univa il Collegno, unicamente per rintracciare, Dio sa con che cuore, il suo povero amico. Cortesissimo alle sue istanze, Soliman bey ne fece inutilmente premurose ricerche. E mentre il Collegno attendeva, ecco farglisi innanzi dalle file dei Turchi un vecchio con lunga barba, ed esclamare: «Come! Santarosa a Sfacteria! ed io non averlo saputo! e non aver potuto, per la seconda volta, salvargli la vita!». Era quel polacco, che lo aveva, quattr'anni prima, strappato dalle mani de' carabinieri di Carlo Felice; e ora, dopo avere per la libertà combattuto in Francia, a Napoli, in Piemonte e col Collegno stesso in Spagna, era soldato d'Ibrahim pascià per la tirannide turca: infelici venturieri, e ve n'erano altri, pur troppo, anche italiani, sotto le medesime insegne e col medesimo passato, sospinti al basso dalla miseria e dalla disperazione, come al Collegno confessava l'ex-colonnello polacco, e due grosse lacrime gli solcavano le guance abbronzate. Del resto anche i Turchi autentici conoscevano il nome del Santarosa; e «mi guardavano tristamente,» scrive con alta umana nota il valoroso Collegno «e avevano compassione di me che venivo a cercare l'amico, probabilmente ormai morto».

E così era infatti. Un soldato, due giorni dopo, dichiarò di averne veduto il cadavere: un paio d'occhiali eran passati per le mani di altri soldati; e solo fra i difensori di Sfacteria che portasse occhiali, si accertò essere il Santarosa. Corse voce che lo uccidesse alla bocca d'una caverna un rinnegato maltese: e ben si addiceva tale uccisore all'uomo che fu esemplare di intemerata fede ai più alti ideali, religiosamente osservata e suggellata col sangue.

Il Collegno, dopo la resa della piazza, offeso e amareggiato dalla diffidenza dei capi Greci, la quale si accrebbe dopo la cavalleresca accoglienza che il bey e il pascià gli avevan fatta nel campo; e più ancora dolente de' loro portamenti verso la persona e la memoria del Santarosa; partiva. Pur troppo egli potè dire di aver trovato al nome dell'amico maggior compianto nelle tende musulmane, che tra le schiere di coloro pe' quali essi erano venuti a combattere. In quello stesso anno 1825, celebrandosi in Napoli di Romania solenni esequie ai caduti di Sfacteria, quel nome nella orazione funebre non trovò luogo: e tarda, inadeguata, ammenda erano queste parole d'una gazzetta ellenica: «L'amico operoso dei Greci, il conte di Santarosa, è caduto da valoroso in quella battaglia. La Grecia perde un amico sincero della sua indipendenza, e uno sperimentato ufficiale; le cui cognizioni e l'attività avrebbero potuto esserle grandemente utili nella presente guerra.» Le ultime parole che si seppero di Santorre furono da lui dette a un filelleno francese, la mattina del dì 8, appena sbarcato il rinforzo: «I nostri amici stan bene: io son venuto col capitano Simo per afforzare questo punto capitale della difesa: mi trovo fra questi Greci molto a disagio, poichè il mio greco antico non m'aiuta a intendere una loro parola. Il peggio è che fra questa gente c'è un gran disordine: non ne spero nulla di buono.» «Venite con noi alla batteria» gli disse il Francese, che era addetto allo stato maggiore del principe Maurocordato. «No,» rispose il Santarosa «voglio vedere i Turchi un po' da vicino». E rimase.

VII.

La funesta notizia l'ebbe prima, a Parigi, l'Ornato; e da lui, in Torino, il Provana. Questi riaperse il giornale dei Quattro, e con mano tremante, con quello strazio che non ha lacrime, vi scrisse: «Oggi, Santorre mio, ebbi notizia della tua morte. Della tua morte! No, non sarà; no, non è. Tu ottimo uomo, padre amorevole, sì necessario ai tuoi figli! Io, pianta inutile! Scrivo di te a te in questo quaderno da tanti anni non più avvezzo a recare le tue e le mie parole. Oh mio Santorre, oh amico! Son io colpevole del tuo esilio? Oh perdonami! Oh potess'io piangere di te siccome mi addoloro!» E l'Ornato al Provana scriveva: «Non lo rivedremo più su questa terra.... Non la rivedremo più quella lealtà d'amico, quella fortezza di prode, quella devozione d'uomo onesto al dovere.... Egli ha pagato intero il suo debito, e più che il suo debito.... Solo resta ch'egli viva in noi....»

E visse anche nel suo Cousin. Fu per lui che, alcun tempo dopo, il colonnello Fabvier pose nell'isola fatale, proprio al luogo dove si crede che Santorre cadesse, un ricordo «al conte Santorre di Santarosa, ucciso il 9 maggio 1825». Fu il Cousin che nel 1838, ricaduto malato e credendosi vicino a morte, consegnò in pagine fragranti dei più generosi affetti, i ricordi dell'amico proscritto, e li raccomandò al Principe della Cisterna. E fino dal 27 uno dei volumi del suo Platone porta in fronte con la data «Parigi, 15 agosto 1827» questa nobilissima dedica: «Alla memoria del conte Santorre di Santarosa, nato a Savigliano il 18 settembre 1788, soldato a 11 anni, e volta a volta ufficiale superiore e amministratore civile e militare, Ministro della guerra nei fatti del 1821, autore dello scritto intitolato De la révolution piemontaise, morto sul campo d'onore il 9 maggio 1825 nell'isola di Sfacteria presso Navarrino, combattendo per l'indipendenza della Grecia: sfortunato dell'essergli falliti i più nobili disegni. Un corpo di ferro, uno spirito retto, una sensibilità squisita, una energia inesauribile, la superiorità della forza con l'attrattiva della bontà, il più puro entusiasmo della virtù che gl'ispirava secondo le contingenze un'audacia o una moderazione a tutta prova, il disdegno della fortuna e delle gioie volgari, la fede del cristiano coi lumi delle nuove idee, la lealtà del cavaliere anche nelle apparenze della rivolta, le doti di amministratore con l'intrepidezza del soldato, le qualità più opposte e più rare, gli furono inutilmente largite. Mancatogli un conveniente campo d'azione, mancatagli altresì un'intera conoscenza del suo tempo e degli uomini di codesto tempo, egli è passato come un personaggio romanzesco, mentre c'erano in lui un guerriero e un uomo di stato. Ma no, egli non ha prodigata la sua vita per ombre vane; ha potuto ingannarsi sul momento e sui mezzi, ma tuttociò ch'egli ha voluto si adempirà. No: casa Savoia non sarà infedele alla propria storia; la Grecia non ripiomberà sotto il giogo musulmano. Altri hanno avuto maggiore influenza sul mio spirito e le mie idee, ma lui mi ha fatto conoscere l'anima di un eroe: a chi devo di più, è a lui. Io l'ho veduto assalito da tutti i dolori che possano accogliersi nel cuore di un uomo: — esiliato dal suo paese, proscritto, confiscatigli i beni, condannato a morte da coloro che egli aveva voluto servire; sconosciuto, per un momento, e calunniato dalla più parte de' suoi; separato per sempre dalla moglie e dai figliuoli; sotto il peso de' più nobili affetti e de' più dolorosi; senz'avvenire, senz'asilo e quasi senza pane; trovar la persecuzione dove era venuto a cercare un riparo; arrestato, gettato in prigione, in pericolo di esser consegnato al suo Governo, che voleva dire al patibolo: — e l'ho veduto, non solamente incrollabile, ma calmo, giusto, indulgente, sforzarsi di comprendere i suoi nemici invece di odiarli, scusar l'errore, perdonare la debolezza, pensoso più d'altri che di se stesso, imporre a' suoi giudici reverenza, ispirare devozione ne' suoi carcerieri: e quando il patire si faceva più intenso, rimaner convinto che un'anima forte fa a sè il proprio destino, e che sventura vera non vi ha che nel vizio e nella viltà; — pronto sempre alla morte, ma affezionato alla vita per rispetto a Dio e alla virtù; forte del volere esser felice, riuscire quasi ad esserlo per codesta potenza di volontà, per la vivacità e la docilità della sua immaginazione, e la immensa simpatia del suo cuore. — Tale fu Santarosa. — O tu, che io ho troppo tardi incontrato, che tanto presto ho perduto, che ho potuto amare sempre senza misura e sempre senza rammarico, poichè tocca a me di sopravviverti, o Santorre, sii tu per sempre la mia stella».