Così da due Francesi ricevette onoranze supreme l'uomo che aveva cominciato ad essere italiano odiando nei Francesi i violentatori della sua patria. Oggi noi, che per entro alle parole di Vittorio Cousin sentiamo vibrare i palpiti del cuore di chi le scrisse; e di quel cuore altresì che, non più battendo, le sapeva di là dalla tomba ispirare; auguriamone all'avvenire non delle due sole genti latine di qua e di là dalle Alpi; ma di tutte quante la civiltà cristiana, se non dev'essere nome vano, ne concilii e congiunga; auguriamone che la nostra patria, questa patria al cui culto s'immolarono vittime così nobili e pure, questa patria, il cui trionfo è stato rivendicazione di libertà e di giustizia, sia, l'Italia nostra, forte per alleanze, dalle quali, altramente da quella in cui si profanò il nome di Santa, nulla abbia a temere la civiltà, nulla a sperare la barbarie.

VIII.

Il nome del Santarosa rimase memoria e simbolo d'ogni più alta e generosa idea. Tale fra noi; tale, affrettiamoci a dirlo, presso i Greci risorti a libertà.

Nel giugno del 1845 la censura austriaca proibiva il libro di Luigi Provana: Studii critici sulla storia d'Italia ai tempi del re Ardoino. E il Provana, sulla lettera che gli partecipava l'onorevole sentenza, scriveva: «Alla memoria onoratissima tua, Santorre Santarosa, amico mio, e quasi fratello, questa sentenza della censura austriaca, emanata contro il mio libro, dedico e consacro, come monumento della mia devozione verso questa nostra patria comune, per la quale tu, più felice di me, ponesti nell'isola di Sfacteria la vita, morendo per l'indipendenza della Grecia».

E fino dal 1869, augurato da assai prima dal Tommasèo che nel Santarosa uomo di pensiero e di azione salutava «il più compiuto italiano del secolo», sorge nella sua Savigliano un monumento: in esso la figura di lui, in divisa di Ministro della guerra, ha nella mano sinistra la Costituzione del 21, e poggia la destra sull'elsa della spada coronata d'alloro. È il Santarosa ministro e guerriero, quale, per generoso sacrificio di sè, mancò al suo Piemonte: al Piemonte di Carlo Alberto finalmente valicatore del Ticino per l'indipendenza d'Italia; al Piemonte cantato da Giosuè Carducci nella visione spiritale dei patriotti del 21 e del 32, che dopo l'espiazione d'Oporto accompagnano dinanzi a Dio l'anima dell'«italo Amleto».

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,

Lenta errò l'ombra d'un sorriso. Allora

Venne da l'alto un vol di spirti, e cinse

Del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,