oggi la figura di Alessandro Manzoni ci appare alta come il suo tempo; e dobbiamo riconoscere che se alcune glorie furono più clamorose della sua, nessuna fu più feconda e più pura.

Questo giudizio parrà forse strano, avventato a quelli che sono avvezzi a misurare la gloria dal numero o dall'entità degli sconvolgimenti che può cagionare. Certo il Manzoni non è stato mai uno di quelli che soglionsi chiamare i grandi del mondo; non ha regnato, non ha vinto battaglie, non ha ucciso nemici, non ha conquistato città, non è stato neanche.... ministro della pubblica istruzione. S'è limitato a scrivere pochi libri e pochi versi. Ma quanta rivoluzione intellettuale in quei versi e in quei libri? quanto soffio di cose nuove, che si sono imposte al suo paese, senz'armi e senza conquiste!

Perocchè, se è facile l'accorgersi di quei mutamenti che una violenza crea ed un'altra distrugge, altrettanto è difficile avvertire e apprezzare di primo acchito quelli che, uscendo dal crogiuolo dell'ingegno e delle idee, s'impadroniscono degli animi nostri e vi svegliano attitudini e sentimenti che poi l'indole assorbe e tenacemente mantiene. I primi passano sopra di noi e difficilmente lasciano traccia, fuorchè di rovine; i secondi si stampano indelebili nel nostro organismo e possono governare un'epoca intera, modificare una serie di generazioni.

È questa gloria che spetta intera al Manzoni; poichè la sua influenza, l'influenza della sua dottrina e del suo metodo, ha lasciato in Italia profonde orme in tre discipline, che sono fondamentali per ogni nazione: la letteratura, la politica, i costumi.

Permettetemi di svolgere brevemente questa triplice affermazione.

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Quando il Manzoni cominciò a scrivere, la letteratura italiana cercava confusamente, ma non trovava un nuovo indirizzo. Potenti ingegni vi si erano consacrati, ma nessuno aveva osato uscire dal solco in cui l'avevano posta i maestri di molti secoli prima; nessuno aveva osato rompere certe barriere convenzionali, oltre cui pareva che il genio e l'arte fossero impotenti a slanciarsi.

Gli affetti veri, le passioni moderne, le società quali sono, erano escluse dagli onori dell'interpretazione letteraria. La poesia si moveva in un ambiente tutto classico, tutto artificiale, dove soltanto i Greci e i Romani parevano nati per essere cittadini o sapienti od eroi. L'ultra cattolico Metastasio aveva foggiato i suoi cento melodrammi sull'unico tipo delle Semiramidi e delle Didoni. Il Monti saccheggiava l'Olimpo per trovare ogni giorno una deità pagana da bruciare sull'ara del suo Napoleone. Il Foscolo non usciva di Grecia, sia traducendo Omero, sia scrivendo l'Ajace, sia celebrando la chioma di Berenice, sia sostenendo, a proposito di sepolcri moderni, una teoria retriva, dissimulata sotto una splendida mitologia. Gli stessi due poeti che avevano tentato novità maggiori, l'Alfieri e il Parini, avevano troppo sacrificato al pregiudizio antico. Il primo s'era bensì accostato, in alcuna delle sue tragedie, ad argomenti moderni e a passioni più vere; ma s'era fermato nelle reggie e nei palazzi, fuori di cui pareva che non potesse esistere elemento drammatico. Il secondo aveva divinato il concetto civile della poesia educatrice; ma se l'idea era moderna, il verso era rimasto antico; e non sapeva parlare della cipria o della seggiola o del letto o del cibo, senza invocare Giove, Pallade, Marte, Apollo o Citerea.

Tutto ciò staccava i poeti dal popolo; che li udiva e non li comprendeva, li ammirava e non li amava. Il popolo offriva, nelle sue ingenue sensazioni, una folla di argomenti poetici che nessuno trattava. I suoi bisogni, le sue sofferenze, le sue aspirazioni non trovavano nessuna eco nella letteratura nazionale, impastojata fra la cotidiana ammirazione dei principi e dei guerrieri. E il popolo a sua volta non traeva nessuna moralità e nessuna virtù nuova da un linguaggio poetico, irto di miti e di simboli, ma di cui nessuno rispondeva neanche da lungi ai miti ed ai simboli suoi.

Questo contrasto fra la civiltà e la poesia, questo bisogno di raccostare più logicamente la seconda alla prima, preoccupava fin dai primi anni del secolo i più perspicaci intelletti.