Ma non fu soltanto al programma unitario che l'influenza politica di Alessandro Manzoni si volse con intiero successo. In quell'altra spinosa e delicata questione dei rapporti fra il Papato e l'Italia, l'istinto suo lo guidò meravigliosamente a segnare la via sicura. Era una via che contrastava con tutto il nostro passato di rivoluzioni e di reazioni; una via che a moltissimi pareva troppo ardita, a molti altri troppo timida, ma che soprattutto a nessuno pareva praticamente possibile. In Italia, infatti, soltanto pochi lustri fa, non v'erano che ghibellini, intenti a combattere il Papato, e guelfi a difenderlo. Il Manzoni sentì, forse prima di tutti, che il sentimento religioso e il sentimento nazionale potevano adagiarsi in una soluzione nuova, che non fosse nè guelfa, nè ghibellina. La sua fede robusta nel cattolicismo e nella patria gli fece intravedere possibile quello che ad altri pareva assurdo, la permanenza nella stessa capitale del Re e del Papa, il potere temporale abolito e la religione fatta più pura dalla sua perdita.
È il programma che l'Italia ha adottato e che da ventisei anni fa le sue prove. Certo, non a tutti ancora la soluzione par chiara, e gli spiriti ardenti — guelfi o ghibellini — si ostinano a condannarla. È nell'indole delle cose che hanno avuto una grande esistenza il ribellarsi contro ogni ipotesi di mutazioni. Ma è nell'indole altresì degli uomini savj il rassegnarsi a quelle che lasciano intatto lo spirito, se non le forme, delle istituzioni morali. Il Manzoni, che in ogni argomento preferiva lo spirito alla forma, si avvide presto che il potere temporale era morto nell'efficacia sua, ben prima che gli avvenimenti politici s'incaricassero di seppellirlo. La sua anima religiosa non si smarrì, nè il saldo cattolicismo suo temette fare sfregio a sè stesso, patrocinando, come cittadino autorevole, e votando, come senatore del Regno, il nuovo ordinamento che rendeva a Cesare quanto era di Cesare e a Dio quanto era di Dio.
Certo, l'esempio del Manzoni fu d'immensa efficacia nell'ottenere a siffatta soluzione i larghi consensi del partito che vuol essere liberale senza cessare di essere religioso.
Infatti, chi più cattolico del Manzoni? chi morto più tranquillo di lui nella sicurezza della sua fede e della sua coscienza? Forse oggi duole a qualcuno che un così grande cattolico sia stato anche un così grande amico della libertà onesta e dell'indipendenza completa. Ma l'alta religiosità del Manzoni è affidata a monumenti troppo durevoli, perchè il fanatismo li rompa; e nel medesimo tempo gli Italiani si ricorderanno sempre con gratitudine del giorno in cui, sereno e deciso, il venerando vecchio andò a Torino per affermare il suo voto favorevole alla proclamazione del Regno unitario d'Italia.
Fu anzi in quella occasione che si produsse il noto incidente, memorabile nella sua semplicità, ma interamente caratteristico degli uomini e dei tempi.
Il Manzoni usciva tranquillamente dal palazzo senatorio, appoggiato al braccio del conte Camillo di Cavour. La folla si apriva riverente dinanzi ai due grandi cittadini, e scoppiava in applausi forse quel giorno più clamorosi e più ripetuti del solito. Il Cavour, che a quegli applausi era avvezzo, disse cordialmente al Manzoni: «Questi sono per lei, don Alessandro». — «Tutt'altro» rispose il Manzoni «veda che sono per lei». E staccandosi dal braccio del Conte, gli si pose di rimpetto, battendogli egli pure le mani e gridando: «viva Cavour»! Si può immaginare l'urlo d'applausi che quell'atto sollevò tra la folla, all'indirizzo d'entrambi.
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V'è finalmente una terza influenza, meno apparente, ma non meno benefica, che noi dobbiamo tutti riconoscere, e di cui dobbiamo esser tutti grati ad Alessandro Manzoni. È l'influenza che esce dall'austera semplicità della vita, dal modesto riserbo, dalla dignità tranquilla e costante dei pensieri e dei modi. Siffatte qualità, a cui non venne meno il Manzoni in nessuna epoca della sua lunga carriera, hanno rialzato in Italia la riputazione di un'intera classe d'uomini, sui quali è ordinariamente più fiso lo sguardo dei nazionali e degli esteri, la classe dei letterati.
Pur troppo in Italia questa riputazione aveva bisogno d'ajuti. Le tradizioni dei secoli antecedenti pesavano dolorosamente sovr'essa. In troppi casi il letterato italiano aveva accettato di essere, per amor di gaudio e di lucro, lo stipendiato dei grandi, o aveva cercato, nello sciupío della vita e nell'affettazione delle originalità romorose, un po' di fama che le lettere sole non dessero.
Nel cinquecento e nel seicento, i letterati della prima maniera erano i più. Uno scrittore che si rispettasse non poteva essere che un commensale dei Medici o degli Estensi. E tra un giullare ed un poeta, l'etichetta di quelle Corti non permetteva grandissima differenza.