Ecco adunque chiaro che la opera vera della rivoluzione italiana fu di convertire una società dove tutto era tradizionale, in una società dove tutto fu instabile e mutevolissimo. È stato perciò un grande errore credere che la rivoluzione cominciata nel 1848 e finita nel 1870 sia stata solamente una rivoluzione nazionale; mentre il suo vero merito, quanto essa conteneva di pericoli e di possibilità future di grandezza, fu piuttosto nell'essere stata una rivoluzione antinazionale, che snazionalizzò il carattere della società nostra da quello che era stato negli ultimi due secoli. La rivoluzione fu nazionale in parte, in quanto si adoperò a rovesciare la signoria austriaca; ma in quanto si adoperò contro gli altri governi essa fu rivoluzione antinazionale. I governi della vecchia Italia erano per certe parti assai cattivi, ma non si può negare che fossero prettamente italiani, che rappresentassero tradizioni sociali e una forma di governo tutta nostra, che cercassero di conservare incontaminate la lingua e la coltura italiana. Come abbiamo visto, faceva parte dei loro stessi disegni di conservazione sociale l'avversione contro le istituzioni, le idee e le invenzioni quasi tutte straniere, che formano la civiltà moderna. La gloria appunto della rivoluzione italiana fu di aver rotto in guerra contro la tradizione locale, di aver parteggiato per istituzioni, idee e costumi forestieri; per le diverse filosofie razionaliste contro i rammodernamenti della scolastica tradizionali nelle scuole delle vecchia Italia; per il romanticismo contro il classicismo; per le ferrovie, la grande industria e la vita a larghi consumi, contro il modesto sempre eguale e ozioso vivere della vecchia Italia. La società della vecchia Italia, pur essendo prettamente italiana, si era mummificata, aveva ridotta la sua esistenza a una eterna e vuota ripetizione; come avrebbe potuto l'Italia rinascere e rivivere, se quella vecchia società non cadeva? Aver cominciato questa opera necessaria di distruzione è stata la gloria dei rivoluzionari del 1848. Lo so: questa rivoluzione fu compiuta in modo ben doloroso e con terribili sprechi e turbamenti di tutte le cose; ma è meglio si sia fatta così che se non si fosse fatta. I popoli hanno bisogno, di tempo in tempo, di questi rivolgimenti di istituzioni, costumi ed idee che rinnuovano il loro carattere. Come la merry England del secolo XVI è diventata la melanconica e puritana Inghilterra del XIX; come l'Italia del 500 non è più quella del 300, così l'Italia del secolo XX non dovrà esser più quella della prima metà del nostro secolo.

La vecchia Italia, ignorante, allegra e pigra non è più; l'Italia vuol farsi più laboriosa, più colta, più seria; più consapevole dei fini supremi della vita. Purtroppo noi siamo ancora lontani dal profondo e soave riposo del rinnovamento compiuto; noi siamo esausti dal sostenere l'immensa fatica del rinnovamento in via di farsi dentro di noi. Chi riconoscerebbe più nell'Italia contemporanea l'Italia grassa e gaia e triviale, la pingue comare che sino al 1848 divertì con i suoi carnevali l'Europa? La pingue comare è diventata esile come una santa dedita a discipline estenuanti. La terribile fatica la ha consunta; le sue mani si sono fatte diafane; le sue guancie si sono infossate, i suoi occhi scintillan di febbre, il suo spirito esausto è tormentato di tempo in tempo da allucinazioni terribili; il suo corpo da piccole ma dolorose convulsioni periodiche. È la prova da cui essa potrà uscire a una condizione superiore di salute, se non si avvilirà sotto la sofferenza presente e se saprà espiare utilmente gli errori passati.

IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE DURANTE IL REGIME BORBONICO

CONFERENZA
DI
FRANCESCO S. NITTI.[15]

L'anno scorso, in luglio, io ero a Strasburgo, nella solenne città dei Nibelunghi, sacra pur nella leggenda al dissidio e alla guerra.

E, nella gentile ospitalità della famiglia di uno scienziato tedesco, si discuteva la sera della Germania e dell'Italia, dello stato sociale dei due paesi e di scienza e d'arte. Per quella strana curiosità che i paesi del sole svegliano sempre nelle genti del Nord, le fanciulle sopra tutto non mi chiedevano che del Mezzodì.

— Che nome ha la terra in cui siete nato? — mi chiese di un tratto la vecchia padrona di casa, che nei suoi giovani anni (una giovinezza che cominciava già a declinare alla caduta del potere temporale dei papi) era stata nel Mezzogiorno d'Italia.

— Sono di Napoli, — risposi.

— Proprio di Napoli?

— No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata. —