aveva negato Dio, e la signora Eleonora lo aveva ritratto dalla negazione di Dio alla fede. Poi Iacopo Ruffini si uccide, primo martire delle idee del Mazzini, e la madre e l'amico piangono insieme quel povero morto.

Udite, Signore e Signori, l'amor del Mazzini per donna Eleonora: «V'amo (esclama) come una madre, come un'amica, come una santa; v'amo nel passato come l'ente che educò l'anima mia ancora incerta al culto del bello, del buono, della virtù, del dolore, del sacrifizio; v'amo nel presente come la madre di un martire, del primo fra i miei amici, come la creatura più infelice e più meritevole di felicità ch'io mi conosca nel mondo; v'amo nel futuro ed oltre la stessa vita come un angelo che pregherà Dio per me, che si interporrà sempre fra me e la disperazione.»

La passione amorosa, Signore, non ha di queste espressioni!

Un'altra donna il Mazzini amò di vero amore: amore umano, esaltato, fremente di tutte le agitazioni della passione: fu una proscritta che ho già ricordata, Giuditta Sidoli, e che aveva raggiunto nel 1831 gli esuli a Marsiglia.

Si amano con esaltazione; ma ambedue amano la loro idea! E la Sidoli prende il falso nome di Paolina Girard, un'avventuriera, e si fa emissaria della Giovine Italia.

Le amicizie, l'amore, sua madre stessa, tutto, il Mazzini impiegava pel trionfo della causa d'Italia.

La falsa Paolina Girard è spiata, le sue lettere d'amore e quelle del Mazzini, vengono lette dal cinico auditore Bologna, Presidente del Buon Governo a Firenze, col suo sorriso freddo e sarcastico di poliziotto. «I tuoi capelli (scriveva il Mazzini) mi sono stati come il talismano; sei un angelo, sei sublime per me.» E le parlava, dopo altri sfoghi tenerissimi d'affetto, de' suoi compagni d'esilio. «Amami (chiudeva) con tutte le tue forze, dimmelo come nella tua ultima lettera....»

Ma è un amore infelice! «Piango, gli risponde la povera donna, piango tanto! Ho bisogno di vederti solo per un minuto per lasciar cadere le mie lagrime su di te e dirti che sono stanca di vivere!»

Arrestata, cacciata di Toscana, relegata a Napoli, fuggita di là e rifugiatasi a Lucca, cacciata pure di là, tornata a Firenze, mendicante il ritorno nelle braccia dei suoi figli a Parma, osteggiata dal Duca e dalla famiglia che non le perdonarono mai d'essere stata l'amica e l'emissaria di Mazzini, questa eroina sconosciuta, trasformò l'amore ardente della giovinezza in un'affettuosa amicizia. Assistendo, come fece negli ultimi giorni della vita Gustavo Modena, uno de' primi amici del Mazzini, le parve rivivere coll'uomo amato, ritrovò i ricordi di quei tempestosi ma pur cari giorni d'amore.

Ne' suoi sfoghi melanconici il Mazzini confessava che il suo amore aveva fatto agli esseri da lui amati assai più male che bene.