ANTONIO ROSMINI

CONFERENZA
DI
ANTONIO FOGAZZARO.

Signore, Signori,

Nel maggio del 1897, dopo le feste roveretane per il centenario di Antonio Rosmini, io scendevo dal Trentino per le gole precipitose che versano alla mia pianura i larghi fiotti del Brenta. L'eguale fragore delle acque nel profondo mi ripeteva parole tristi che tutte, prima, non intesi, preso, rapito com'ero nello spirito dalla violenza di tante immagini recenti, che mi riconducevano a Rovereto. Gaia nel vento e nel sole la bianca città: alto, lucente un diadema di nevi sulle montagne che la guardano: vie gremite di gente festosa: archi, fontane, ghirlande, musiche: raggianti volti di apostoli e discepoli del Rosmini convenuti da ogni parte d'Italia: fiori pioventi dai balconi, favolosamente, sul capo di tanti metafisici punto giovani, punto eleganti o avvezzi, come rosminiani, a tutt'altra pioggia: sale accademiche parate a festa, immagini glorificate di don Antonio, stormi di cravatte bianche e di abiti neri, discorsini eleganti di oratori ufficiali, discorsoni trionfali di oratori illustri: uditorii quali un conferenziere ambizioso li sogna, vibranti a ogni tocco di parola calda, pronti a cogliere ogni dolcezza nascosta in inviluppi di parole prudenti: uditorii di dame, di cavalieri, di popolo e di ombre, sì, anche di ombre perchè noi, sognatori, vedevamo nella sala tre nebulose tiare di fantasmi, le tiare di Pio VIII, di Gregorio XVI e di Pio IX, protettori di Rosmini, e vedevamo gli amici suoi più illustri, il pugnace vecchio Bonghi in prima fila, il cieco vecchio Tommasèo molto più indietro e, peritoso sulla soglia, il gran vecchio Manzoni. Ci vedemmo pure il signorile aspetto del marchese Gustavo di Cavour e qualcuno di noi giura avergli veduto accanto il volto di un antico giornalista e collega, in certo modo, di redazione del Rosmini, un caro paterno volto impresso nel cuore di noi tutti, sorridente allora, fra bonario e malizioso, di quest'arguzia pensata: «l'abate e io non andavamo d'accordo in tutto ma però siamo stati collaboratori nel Risorgimento

Assorto in queste immagini non udii che tardi la insistente parola triste del fiume. «È finito» mi diceva «è passato, il vostro sottile fascio è già disperso, il picciol vento rosminiano già cade lasciando il mal tempo di prima.» Ebbene, no. Non tutto il suono della commemorazione centenaria si è dileguato invano malgrado certi meditati silenzii che le si fecero intorno. E prima che io ne ragioni, lasciatemi ricordare ciò che per la fama di Antonio Rosmini hanno fatto in altri tempi i suoi avversari. L'odio implacabile di costoro ha servito per un disegno provvidenziale a preservare dall'oblìo delle moltitudini il nome del sublime filosofo che le moltitudini non possono intendere. I colpi menati sull'opera bronzea di lui diedero non altro che suono e faville vive del nome percosso. Il bavaglio posto ai sacerdoti rosminiani giovò ai loro persecutori, quanto la cuffia del silenzio giovò ai Borboni; per l'uomo che taceva gli stessi strumenti di tortura gridavano. Così avvenne che il nome di Antonio Rosmini, quarant'anni dopo la morte di lui e fra generazioni affatto incuriose di filosofia, fosse fra i nomi noti a ogni persona civile. Ma era uno di quei nomi vuoti e morti, che le persone civili portano in mente magari per tutta la vita senza curarsi mai di ricercarne il perchè, di saper bene quali creature umane li abbiano portati. Quando si parlò del centenario molti si accorsero di questa loro ignoranza, molti convennero nelle sale dove si tenevano conferenze su Rosmini, ascoltarono attenti e ne uscirono più curiosi di prima. Se quest'uomo era stato un grande cattolico, perchè tante condanne del Sant'Ufficio, tanto veleno di odium theologicum? Perchè nè Pontefice nè cardinali nè vescovi si movevano a rendergli onore? Perchè venivano a recitarne l'elogio dei signori vestiti da borghesi e tante poche tonache si vedevano negli uditorii? Ma se non era tale perchè lo avevano tre Papi lodato pubblicamente e come aveva egli potuto fondare un ordine religioso? Per quale follìa si eran fatte suonare dopo la sua morte tutte le campane di Stresa mentre il Ministero presieduto dal Conte di Cavour partecipava l'evento alle corti d'Europa? Chi era in fondo quest'uomo e sopra tutto, qual è il valore della sua filosofia per la vita? — Queste curiosità sono il miglior frutto della commemorazione centenaria, e se per lunghi anni provvidero alla fama del roveretano i persecutori che neppur la morte placò, adesso tocca a noi suoi fratelli, sorti al cadere d'un secolo come ad un segno di comando, provvedervi. A chi c'interroga intorno a Rosmini mai non s'è abbastanza risposto; e io stesso che già più volte, altrove, parlai di lui, mi felicito di poterne parlare adesso qui, dove le ceneri disperse di un rogo infame dopo quattro secoli si raccolgono, si riaccendono, s'innalzano, ricompongono in una fiamma di gloria la figura del grande frate che protestò morendo di appartenere alla Chiesa trionfante; alla stessa Chiesa che serba un simile trionfo, nel secolo futuro, ad Antonio Rosmini.

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Poco prima del passaggio ch'egli chiamò «unirsi al suo fine» Rosmini disse a Manzoni: «È il tempo della mèsse. Il lavoratore è ricompensato quando la mèsse arriva.» Io mi figuro che in qualcuna delle ultime sue notti il battere monotono delle onde alla riva di Stresa gli abbia ricordato i passeggi vespertini di un tempo lungo il lago, le conversazioni piacevoli col suo don Alessandro, con lo Stampa, con il Cavour, con il Bonghi, le ore sue più serene scomparse per sempre. E mi figuro che a poco a poco la visione solenne dei morenti sia sorta nell'ombra davanti agli occhi suoi, ch'egli abbia veduto passare come fantasmi silenziosi per uno specchio le immagini della propria vita, dalle più recenti alle più lontane, le immagini del tempo in cui aveva seminato, coltivato con assiduo studio, consultando i venti e le nuvole, la mèsse finalmente matura. Gli ultimi anni tribolati dai patimenti: una gran gioia, l'assoluzione delle sue opere denunciate a Roma: una grande angoscia, l'attesa della sentenza: più lontano le bufere del '49 e del '48, Gaeta, Napoli e Roma, le angherie della politica borbonica, la fede serbata al Papa, le faccie ostili dei cortigiani pontificii, le ore date tra tanti trambusti al commento di San Giovanni, i terribili giorni di Roma, i suoi vani consigli patriottici e liberali, l'assassinio di Rossi, il suo nome acclamato dal popolo, il potere offertogli e subito deposto, per obbedienza, ai piedi del Santo Padre: più lontano, la missione avuta dal Piemonte, il triste pranzo con Carlo Alberto a Vigevano fra il disordine di un esercito in rotta, l'incontro con Gioberti: più lontano, i lunghi anni di preghiera, di meditazione e di lavoro, l'Istituto della carità e il Sistema della verità, i segni ottenuti, riguardo al primo, del volere divino e gl'intimi lampi in cui gli era stato rivelato il secondo: più lontano, la sua giovinezza pensosa e ardente, Milano e Padova, la gioia secreta e l'ansia dei disegni che maturavano nella sua mente: più lontano ancora, le care montagne, le care acque della natia Rovereto, l'adolescenza sua fervida di affetti, di alti pensieri, di pietà, la subitanea visione, in via della Terra, di un sublime principio di scienza, e la casa, la dolce casa paterna dove bambino aveva cominciato ad amare prima ancora che a intendere: tutto questo egli rivide rapidamente nel suo patire sereno, e anche occulte battaglie, segrete glorie dell'anima, volte e raggianti verso l'altro mondo e che nessuno in questo conobbe mai. Come avrà egli giudicato allora la propria vita? Io penso che standovi dentro egli non ne abbia veduto l'aspetto di severa dignità e grandezza in cui apparve agli uomini, ma che ne abbia veduto con soddisfatta coscienza i fondamenti, la compagine, l'ordine sapiente, il lume centrale. Il lume centrale della vita di Rosmini è un lume di ragione. Tutta l'opera sua intellettuale, tutta l'opera sua morale, la sua carità, la sua fede risplendono di ragione. Egli ha glorificato la ragione umana. Non la oppose alla fede, ma dimostrò con essa che vi ha una prima fede naturale, anteriore a ogni religione, una fede necessaria per la quale uno crede senza prova possibile, una fede sulla quale la ragione sorge e sta. Non si appagò di descrivere questo nesso indestruttibile della ragione con la fede, ma lo visse. Il comune della gente suole opporre la ragione al cuore, e stima fredde le nature in cui la ragione è potente. L'anima di Rosmini, tutta ordine e misura, non fu più fredda che non lo sia stata l'anima dove sorse, tutta ordine e misura, la concezione della Divina Commedia. Dante e Rosmini posero il principio della ragione umana fuori di lei. Allo stesso modo che l'occhio, nel primo aprirsi, è fatto veggente dalla luce, l'uomo è fatto intelligente, secondo Rosmini, da un raggio nel quale intende che le cose sono e ch'egli stesso è; lo intende e lo crede, senza dimostrazione possibile. Rosmini riconobbe la ragione propria da questo raggio, lo risalì con uno slancio di passione intellettuale, si convinse che gli veniva da un Infinito vivente e amò l'Infinito vivente con un sentimento di cui il sentimento filiale fu per esso pallida immagine. Lo amò in sè stesso, lo amò nelle cose a cui diede l'essere, lo amò nell'ordine che diede alle cose. Lo amò con quella sete di annientarsi che anche l'amore terrestre conosce quando è tanto forte da voler creare un Dio. E n'ebbe pure i ritorni di esigente passione. Afferrò una volta la penna e per la gioia di vedere le parole vive dell'anima sua scrisse: «Infinito, ti domando l'infinito.»

Però non fu mistico. La sua ragione imperiosa glielo vietò. Pregò, fece pregare mesi e mesi, più ore ogni giorno, per aver qualche segno della volontà Divina circa il luogo dove pose la prima sede del suo Istituto. Ecco, due amici suoi, senza sapere l'uno dell'altro, vengono a dirgli che han pensato, Dio sa perchè, ad un colle presso Domodossola. Un mistico avrebbe detto senz'altro: «Il Signore mi vuole a Domodossola: andiamo.»

Invece Rosmini mandò a vedere, secondo ragione, se il luogo era adatto. Anche l'umiltà sua era secondo ragione. Sconfinatamente umile rispetto a Dio, non parlò mai con dispregio del proprio intelletto, divino dono, nè della opera propria. Non conobbe questa specie di superba umiltà. E sapendo che tutto il suo bene gli veniva da Dio, ebbe onesta coscienza della propria grandezza morale. L'uomo umile che in una sala d'albergo sorrise e tacque mentre un suo inferiore lo tacciava di vanità per una nappina troppo grossa, e, impugnate le forbici, gliel'assottigliava, fu in pari tempo magnanimo, parlò schietto a Pontefici e a Re, alzò la fronte e la voce per quello che a lui parve giusto, e contro accuse di errore scese risoluto in campo. La natura ne aveva fatto uno schermitore formidabile, pronto alla risposta quanto alla parata, un ragionatore acuto, duro e tagliente, un maestro d'ironia. Si represse a tutta forza. Appena gli sfuggì qualche lampeggiante puntata della quale certi amici di piccolo animo si dolevano con esso. Egli rispondeva umile, si faceva piccino ai piccini senza tuttavia ceder loro un atomo solo del diritto e del dovere di difendere virilmente la verità. Lo zelo del vero lo accendeva e non lo accendeva l'amor proprio. All'amor proprio disordinato non permise una sola parola mai. Quando morì il professore Tarditi, fu trovato nelle sue carte certo scritto di pedagogia. Era di suo pugno e fu pubblicato per suo. In fatto egli aveva copiato un manoscritto del Rosmini tuttora inedito. Rosmini seppe e tacque. Certo gli parve disordinato amor proprio far valere sull'idea ragioni di proprietà personale. Gli bastò che, liberata, parlasse.