L'amore di Dio non gli assiderò gli altri. Tutti gli amori che sono nell'ordine della natura umana lo infuocarono. A nove anni, ancora come Dante, conobbe l'amore che ha più del terrestre e più del divino. Parve a Nicolò Tommasèo che di questo fatto, da lui asserito, permanesse nella mente dell'uomo grande un'orma profonda, un particolare dilatamento di visione. Represse il fuoco dell'amore, e se qualche minore ordine appare nella sua natura n'è causa, penso, la calcata fiamma che deviando dall'amore rapì l'animo di lui nelle fervide amicizie. Quanti amici ebbe e con quale passione li amò! Giovinetto ancora, medita un'associazione di amici spirituali per la gloria di Dio, ne fa un ideale, un sogno. La gioia di sapere che uno sperato compagno del suo sogno sarebbe venuto ad abitare Rovereto è tale ch'egli ne scrive: «mi empie, mi ravviva, mi anima, mi affuoca.» Fatto uomo, non è men pronto all'affetto. A Milano, in casa del conte Mellerio, s'incontra con Loewenbruck, un prete francese pieno di fuoco e di zelo religioso, tuttavia disforme da lui, posta la comunanza di fede e di propositi, quanto è possibile. Il fuoco di Loewenbruck è fiamma scoperta che va fluttuando ad ogni vento; il fuoco di Rosmini è fiamma nascosta e ferma dentro un vaso di alabastro, fiamma che non si sdegna nelle forme sue ma che illumina. Quando Loewenbruck, dimentico di promesse date, non comparisce all'eremitaggio dove Rosmini lo aspetta, questi gli scrive e gli riscrive sino a sei volte senz'averne risposta; supplica, ripete come non altro desideri che stringere l'amico fra le sue braccia. A quanti gli domandano aiuto, consiglio, conforto, Rosmini si prodiga: e con quale ardore! Da 15 a 20 mila lettere esistono tuttavia di lui. Fin sul letto di morte, fra i dolori più crudeli, fra gli slanci della preghiera e le immagini del mistero imminente, amò i suoi amici. Quando Alessandro Manzoni entrava nella sua camera, gli occhi suoi raggiavano di luce immortale. «Manzoni sarà sempre il mio caro Manzoni» gli sussurrò egli una volta «nel tempo e nell'eternità.» E gli afferrò, gli baciò ambe le mani. Manzoni si ritrasse quasi sgomento, si volse, con impeto umile, e baciò i piedi del santo amico. «Ella fa questo» disse il morente «perchè non ho più la forza d'impedirlo.» Poche ore ancora, e un silenzio solenne si fece nella camera, sul letto di Antonio Rosmini rimase la sua spoglia sola. Manzoni si alzò, afferrò un volume, la terza cantica della Divina Commedia, impresse forte la bocca sulle pagine eterne, baciò il suo Rosmini nel paradiso, si unì terzo, in quell'avido bacio, agli spiriti più grandi che Iddio abbia donato, pieni di Lui, all'Italia.

Dopo Dio e la Chiesa, Rosmini amò sopra ogni cosa la patria. Mentre Giuseppe Mazzini e pochi seguaci suoi congiuravano per un'idea che parve sogno ed era germe, Rosmini, solitario, sdegnoso di ogni via torta o coperta, pieno di fede nella potenza del pensiero, afflitto dalle dissensioni che travagliavano la patria sua discorde perchè divisa, e perchè divisa debole, infingarda, si proponeva di richiamarla all'unità intellettuale. Era in lui la passione di Petrarca e di Dante, la fiamma che balena, con rapida vicenda, dall'amore allo sdegno e dallo sdegno all'amore, come balena e si trasmuta dall'azzurro al vermiglio, dal vermiglio all'azzurro la luce di certe stelle. Talvolta, parlando dell'Italia, neppure vuol proferirne il nome, la chiama «nazione dormiente.» Talvolta insulta la «vecchia fanciulla che va recitando lezioni apprese alle scuole altrui» e con rapido trapasso dall'insulto all'amoroso appello «sorgi,» le dice «tendi all'unità intellettiva che, se lo vuoi, non ti può esser contesa, e diverrà allora fortissima la tua sciagurata bellezza.» Combattendo la dottrina di errore imperante in Italia nel tempo di Gioia e di Romagnosi, il sensismo, egli aveva, senza dubbio, il supremo proposito di strappare a un antico sofisma la sua veste nuova, ma era pure suo proposito di allontanare gl'italiani da una filosofia che innalzando i sensi alla dignità di soli maestri del vero, riusciva a distruggere ogni fede nell'assoluta giustizia, in un ordine ideale delle cose collegato a principii immutabili e quindi nel diritto eterno alla indipendenza e alla libertà; da una filosofia tendente a diffondere la concezione materialistica e utilitaria dell'universo, a perpetuare il tristo sonno in cui giaceva la patria nostra quando, nell'ombra, il suo agitatore infaticabile al nome del popolo univa il nome di Dio e nella luce, Rosmini, ministro più grande di un ideale più intero, preparava la prima pietra del suo sistema, il Saggio sulla origine delle idee. Ma Rosmini non credette aver soddisfatto con libri di metafisica il suo debito verso l'Italia. Allorchè gli parve esser venuto il momento di scendere dalle altezze vertiginose della speculazione filosofica per farsi maestro e consigliere alle moltitudini che udiva fremere nel basso, scese. Scese come Mosè con un tesoro di sapienza conquistato su cime nascoste al popolo da impenetrabili nubi. Parlò della Chiesa al clero cattolico, parlò dell'Italia agl'italiani. Il manoscritto Delle cinque piaghe della Chiesa, pronto da molti anni, fu consegnato al tipografo Veladini di Lugano nel 1847. L'opuscolo La costituzione secondo la giustizia sociale, con l'appendice sulla unità d'Italia, uscì nei primi mesi del 1848. Niente di più infuocato sgorgò mai dalla sua penna. Il fuoco che prevale nello scritto religioso è fuoco di sdegno. La tirannia dei governi che si atteggiavano a protettori della Chiesa cattolica per atterrirla, l'affliggente mediocrità dei vescovi, la ignoranza del basso clero, la separazione del popolo dai suoi pastori, la profonda indifferenza pubblica furon soggetto di pagine sfolgoranti a quest'uomo che passava ogni giorno più ore nella preghiera e nella meditazione religiosa, che si umiliava sino a ministrare ai suoi fratelli di religione quando pranzavano, a usar la granata in loro servizio; che venerava la Santa Sede tanto da desiderar di cadere in qualche lieve errore per aver poi la gioia di sottomettersi. Io ho citato altrove una di tali pagine ma non posso a meno di rileggerla qui. È una invettiva contro i libri di teologia usati al suo tempo nei seminari: «libri dove tutto è povero e freddo: dove l'immensa verità non comparisce che sminuzzata, e in quella forma in che una menticina l'ha potuta abbracciare, e dove all'Autore, spossato nella fatica del partorirla, non è restato vigore d'imprimere al libro altro sentimento che quello del suo travaglio, altra vita che quella d'uno che sviene; libri a che il genere umano, uscito dagli anni della minorità fanciullesca, volge per sempre le spalle poichè non vi trova sè stesso nè i suoi pensieri nè i suoi affetti, e a cui tuttavia si condanna barbaramente e ostinatamente la gioventù che pur col senso naturale li ripudia, e che bene spesso per un bisogno di cangiarli in migliori cade nella seduzione di libri corrompitori o acquista un'avversione decisa agli studi o da lungo patir violenza nello stringimento delle scuole prende un odio occulto, profondo, che dura quanto la vita, contro i maestri, i superiori tutti, i libri e le verità stesse in quei libri contenute.» Voi avete udito, signori. Sono parole di un Santo a cui fu cara la libertà della coscienza e della parola cristiana fuori dei confini del dogma, nel campo aperto alle opinioni, che nessuna tirannia di parte religiosa o politica ebbe nè può avere in suo arbitrio mai.

Qui è, in fondo, il segreto delle inimicizie mortali che nel seno stesso della Chiesa cattolica germinarono, covarono, insorsero, mal piegarono al comando di Pio IX, attesero con pazienza feroce il loro giorno e, quando venne, fecero di quest'uomo, de' suoi scritti, del clero a lui devoto, rabbiosamente, tutto lo strazio che poterono. Ciò fu attribuito alle fallite speranze di un Ordine religioso che ambiva contare Antonio Rosmini fra i suoi, al dispetto di quest'Ordine per il nuovo Istituto da lui fondato e per le dottrine morali difese nel Trattato della coscienza contro moralisti cari alla Compagnia. Queste spiegazioni bastavano forse un tempo; adesso le credo insufficienti. La causa vera, fondamentale, permanente dell'odio implacabile onde una parte della Chiesa persegue ciò che battezza, quasi con un nome di eresia, rosminianismo, è l'opera data senza tregua da questa parte a spogliare la coscienza e la parola cattolica delle loro legittime libertà, a fare della Chiesa una specie di grande monarchia dispotica e militare, tanto più potente quanto più silenziosa; ed è la resistenza invitta ch'essa trova nello spirito di Rosmini tuttavia vivente nei suoi libri e nei suoi discepoli: vivente e immortale.

Nell'altro opuscolo prevale il fuoco dell'amore. Correvano i primi mesi del quarantotto ed era per tutta Italia una primavera delle anime, un calore nuovo di sentimenti fraterni, un rinverdire di speranze immense. Rosmini teneva nella sua scrivania, fin dal 1822, un progetto di costituzione. Lo riprese, ne fece un progetto di Statuto per il Santo Padre. Alcuni Cardinali amici suoi lo volevano a Roma. Il Papa non aveva parlato e Rosmini non si mosse da Stresa, mandò il progetto con una lettera e scongiurava che non si affrettasse nulla, che a nessun patto si prendesse una costituzione di tipo francese. Gli amici insistevano, gli dicevano che il Papa stava leggendo con soddisfazione le Cinque Piaghe, che lo vedrebbe volentieri. Ma il Papa taceva e Rosmini non si mosse.

Intanto gli avvenimenti mutavano faccia: il Papa, di bellicoso diventava pacifico, e tutta Italia ne fremeva. Rosmini ne fu atterrito. Divinò tosto, nella sua mente sovrana, che rifiutando di mover guerra all'Austria, Pio IX segnava la fine del potere temporale dei Papi. La guerra all'Austria era un dovere del principe; se il Pontefice giudicava non poterlo compiere, il mondo avrebbe detto che gli uffici della signoria terrena non sono conciliabili con gli uffici della signoria spirituale. Ciò non piaceva a Rosmini. In politica Rosmini era insieme un idealista e un pratico. Il suo ideale fu l'unità della patria; il senso pratico gli rappresentò la difficoltà di stringere frettolosamente in un solo Stato popolazioni fatte disformi dalla storia più ancora che dalla natura e la difficoltà creata dal dominio temporale del Pontefice. Gli parve che al desiderio comune di una Italia libera e potente, alle condizioni del popolo italiano partito fra sei principi e una signoria straniera, alla dignità e allo splendore della Santa Sede si sarebbe provveduto bene istituendo una Lega italiana, affidandone al Pontefice la presidenza d'onore e il governo effettivo a una dieta sedente in Roma, composta per due terzi di rappresentanti del popolo e per un terzo di rappresentanti dei principi i quali, a cominciare dal Santo Padre, avrebbero promulgato costituzioni identiche. Sottoponendo il Santo Padre all'autorità suprema della dieta, Rosmini sperava ottenere da lui che almeno per la fede giurata al patto federale, quando la dieta avesse deliberato di romper guerra all'Austria, egli obbedisse.

La guerra all'Austria era il sogno di Rosmini. A fronte di privati offensori, Rosmini si ricordò sempre ch'era Ministro di un Dio di pace, e imparò il perdono da Lui che fu mite e umile di cuore. A fronte degli offensori della verità Rosmini sempre si ricordò di avere a maestro il Divino che sui farisei girò lo sguardo con ira e ai profanatori del tempio fu acerbo. A fronte di un governo che chiamò violatore della nazionalità, della giustizia, della moralità, della libertà naturale, Rosmini si ricordò sempre di servire il Dio degli eserciti. L'Austria era per lui la grande nemica della Chiesa e della patria. La protezione che il governo austriaco esercitava per fini tirannici sulla Chiesa gli parve oltraggiosa e odiosa come la protezione offerta da don Rodrigo a Lucia. Rispetto e libertà, non protezione, voleva egli per la sua Chiesa. Indipendenza e libertà voleva per la sua patria. Poichè solo si potevano ottenere in giusta guerra, Rosmini la predicò, e poichè con l'Austria non potevano gl'italiani misurarsi se non uniti, predicò ai principi e ai popoli d'Italia l'unità, minacciò di rovina coloro che rendessero l'unità impossibile.

Non valendo a persuadere il Pontefice renitente alla guerra, Rosmini concepì un vasto disegno nell'intento di liberare la Lombardia e il Veneto senza guerra. Da grande uomo di Stato egli aveva letto nel libro del destino la futura unità germanica. Previde che si sarebbe compiuta a benefizio di un principe protestante. Questo era un pericolo per la Chiesa. Consigliò che il Santo Padre appoggiasse con tutte le sue forze le aspirazioni unitarie del popolo tedesco e la risurrezione del trono imperiale tedesco dentro la reggia di Casa d'Austria per ottenere da questa, in compenso, l'abbandono delle sue provincie italiane. Il trionfo del gran disegno avrebbe soddisfatto due popoli e raffermato il potere vacillante del Pontefice. Ma fortunatamente queste ultime parole non erano scritte nel libro del destino. Pio IX non aveva Ministri atti a concepire divisamenti così grandi nè a eseguirli; e non chiamò Rosmini. Lo chiamò invece, in un'ora dolorosa, dopo i disastri delle armi piemontesi, il governo di Re Carlo Alberto.

Rosmini, posposta ogni cura del corpo malato e stanco, posposte le antiche consuetudini di vita nascosta e di studio, corse a Torino, conferì con i Ministri che lo volevano negoziatore in Roma di una Lega per la guerra, chiese un mandato più largo, ne segnò i confini con ferma parola. Si accese una discussione. Vi era nella sala, fra i consiglieri del Re, il più grande e fiero antagonista del Roveretano, l'uomo che gli aveva scagliato non meno di tre grossi volumi col titolo: Errori filosofici di Antonio Rosmini e contro il quale Rosmini aveva scritto: Vincenzo Gioberti e il Panteismo. In tutta Italia e anche oltre le Alpi, durante il papato di Gregorio XVI, grande amico e protettore di Rosmini, era corso il suono di questo conflitto fra i due più potenti ingegni che tenessero allora il campo nelle regioni superiori del pensiero; conflitto fatto più acerbo dall'accanimento dei discepoli; tanto acerbo, che si disse Papa Gregorio essere intervenuto a reprimere il soverchio ardore di un dignitario della Chiesa avverso al Rosmini. Il momento era solenne, e quel che accadde fu bello. Quando Rosmini rifiutò il mandato ristretto ad un'alleanza offensiva con Roma e chiese tranquillamente poter trattare di tutto che riputasse utile all'Italia e alla Chiesa, i ministri sbigottirono. Com'era possibile abbandonarsi a tal segno nelle mani dell'abate? Allora Vincenzo Gioberti parlò. «Ascoltate Rosmini,» diss'egli «fate come Rosmini vuole.» Momento epico, parole in cui si sente con un brivido la grandezza di quei due uomini, la grandezza pure della patria cui tutto donavano, la grandezza di Dio che li riempiva, nel sacrificio, di sè. Rosmini uscì della sala per andar incontro a giorni terribili e amari, all'insuccesso della sua missione e de' suoi consigli, ai tumulti del popolo di Roma, alla fuga del Pontefice, alle persecuzioni borboniche, Gioberti ne uscì incontro a un destino più atroce, ad accuse di tradimento, a una caduta clamorosa, alla morte in un paese straniero. Io li vedo attraversar frettolosi, dopo la seduta, piazza Castello, passare accanto al Palazzo Madama, Certo nè l'uno nè l'altro potè immaginare che per effetto di luttuosi avvenimenti cui l'uno e l'altro avrebbe preso parte, bene salito un giovine principe sul trono del padre, male ricondotto un vecchio principe sul suo proprio, risorte le prostrate speranze della patria, meno di tredici anni dopo si sarebbero veduti uscire insieme da quel palazzo, raggianti, proclamato appena re d'Italia il figlio di Carlo Alberto, due vecchi amici di Rosmini, Camillo di Cavour e Alessandro Manzoni.

***

Signori, io mi sono studiato di rappresentarvi la figura morale di Antonio Rosmini e ora mi pento di avere spese troppe parole a dire l'inesprimibile. Misero artefice di periodi, mi umilio davanti a un vecchio analfabeta che servì Rosmini e cui domandai in Rovereto che mi descrivesse il suo venerato don Antonio. «Ecco» mi rispose «quando io qui per casa lo incontravo, anche senza ch'egli parlasse, solo a guardarlo, era una predica.» Altro non mi disse, altro non gli chiesi. Poco prima, la baronessa Adelaide Rosmini mi aveva mostrato in un cortiletto la finestra dov'ella nascosta dietro un cortinaggio, soleva guardar nella camera del cognato, spiare il volto di lui orante. «Una cosa di Paradiso» mi disse la vecchia signora. Aggiungete a questi silenzi certe brevissime parole che ora vi ripeterò. Nel 1848, essendo Rosmini in Roma, appena si seppe che il Papa lo voleva Cardinale, disegno troncato poi dal coltello che uccise Rossi, un altro suo vecchio fidatissimo servitore, uomo semplice fra i semplici, andò diritto dal Papa. «Santo Padre,» gli disse «non vogliate far cardinale il mio padrone che non è nato per questo.» Compiuta la bella impresa, si presentò subito a Rosmini. «Signor padrone, sono stato dal Papa e gli ho detto di non far lei Cardinale, perchè lei non ci è nato.» «Avete ragione» rispose Rosmini, sorridendo «ma non mi pare che toccasse proprio a voi di andarlo a dire al Papa.» Aggiungete finalmente le tre parole ch'egli rispose, sul letto di morte, a Manzoni singhiozzante: «che faremo noi senza di lei?» «Adorare, tacere, godere.» Voi ne sapete ora di questo spirito soave, umile, fine, profondo, più che non ve ne possano apprendere volumi di panegirici.