— Insomma, disse il Manzoni, Ella vorrebbe ch'io dessi ragione al campanaro che, sentendo levare a cielo la predica, si meravigliava che tutti lodassero quello che l'aveva fatta, e nessuno parlasse di lui, che l'aveva sonata. — Sicuro, rispose il Cavour; se il campanaro non l'avesse sonata, nessuno ci sarebbe andato, e il predicatore avrebbe parlato alle panche! —
Già, una buona parte di questa Italia si deve ai poeti! esclamò poi Garibaldi, il poeta che poco innanzi di morire salutava sul davanzale della finestra le capinere, riconoscendo in esse le anime delle sue bambine. Il Cavour e Garibaldi ebbero piena ragione. Fu l'arte che in Italia diffuse e scaldò l'amore alla patria; l'arte in tutte le sue forme, plastiche, figurative, melodiche, letterarie; fin là dove meno si addiceva, nella espressione cattedratica della scienza. Ma di esse forme vi si prestò una più direttamente, la poesia; nel melodramma, nel dramma, nel romanzo (che fu allora più che mai opera di poesia), nella lirica, nella satira. Nè voi crederete che io possa in tempo sì corto parlarvi a fondo di tanto; e vi attenderete da un altro lettore almeno la figura di Giuseppe Giusti e l'esame dell'arte di lui, del quale così nel 1846 scriveva il Berchet ad una ammiratrice di tutt'e due: «Uno sguardo acuto e malizioso sulle magagne del secolo, una forma nuova data alla satira, e un'assenza di tutte le reminiscenze della scuola, uno stile vividissimo, un accozzamento di imagini originali, una lingua tutta fresca; che vuol di più?»
La musica. «Veramente per amare la musica italiana d'oggi e comprenderla con intelletto d'amore (scriveva nel 1828-29 Arrigo Heine) bisogna aver dinanzi agli occhi il popolo stesso, i suoi dolori, le sue gioie.... Alla povera Italia schiava è vietato di parlare, ed ella non può esprimere i sentimenti del cuor suo che per mezzo della musica. Tutto il suo odio contro la dominazione straniera, il suo entusiasmo per la libertà, il tormento della propria impotenza, il mesto ricordo dell'antica grandezza, e poi la debole sua speranza, l'ansioso attendere, la bramosia di soccorso; tutto ciò si nasconde in quelle melodie che dalla più grottesca ebbrezza della vita trascorrono in elegiaca tenerezza e in quelle pantomime che da lusinghevoli carezze prorompono in minaccioso sdegno.» Nè le melodie avevano in sè tale anima, senza che le parole del libretto non si sentissero talvolta sospinte a incauti sospiri, a gridi pericolosi. Si alza fin dall'Italiana in Algeri, già nel 1813, d'accanto a Mustafà che sta per essere nominato Pappataci, la cabaletta patriottica:
...... Ah se pietà ti desta
Il mio periglio, il mio tenero amore,
Se parlano al tuo cuore
Patria, dovere, onor, dagli altri apprendi
A mostrarti Italiano, e alle vicende
Della volubil sorte
Una donna t'insegni ad esser forte.