Ecco giungonsi amiche le destre,
L'una e l'altra concorde si abbraccia.
Sembra un inno del 1848 per Pio IX. Sapete chi, nel 1796, cantava così? Un seminarista, infervoratosi nel piantare l'albero della Libertà in mezzo al cortile del suo Seminario; e quel seminarista era Giovanni Torti; l'amico del Berchet e del Manzoni; l'autore de' versi che il Manzoni dirà pochi ma valenti; il patriotta che da vecchio esulterà ammirando e cantando in Milano, ben altro che l'albero della Libertà!, le barricate de' cinque giorni gloriosi.
Basti un tale esempio per tutti. E voi mi concederete, a vantaggio vostro, di saltar più anelli della catena che lega strettamente, più assai che non veggano di solito i critici della nostra letteratura, la poesia di quegli anni fortunosi a quella che fu poi detta romantica. Ma di tal saldatura ecco subito una conferma e una riprova: proprio quel Parnaso democratico del 1801 fu ristampato a Bologna da' liberali rivoluzionarii nel marzo 1831, come libro di propaganda, sotto il titolo nuovo d'Antologia repubblicana: e in fine, senza alcuna avvertenza, come normale e giusta continuazione, vi si trovano rime di Gabriele Rossetti e di Giovanni Berchet. Chè il grido gioioso del poeta abruzzese per la rivoluzione napoletana del '20, e il grido incitatore del poeta milanese pe' moti del '30 nell'Emilia e in Romagna, dovevano apparire infatti, quali erano, la risposta che tutto un popolo faceva ormai, unanime e ad una voce sola, a ciò che pochi eletti, su la fine del secolo scorso e su' primi di questo, avevano cantato volgendosi a lui.
Ma se a intendere come Napoli e l'Italia ebbero dal '20 in poi l'arte del Rossetti non occorre quasi altro che tener d'occhio lo svolgersi della lirica dal Metastasio nel Monti, e dal Monti ne' suoi immediati prosecutori, per l'applicazione ai fatti e ai sentimenti politici; mal s'intenderebbe l'arte del Berchet trascurando a questo punto colui che gli fu amico e maestro, Alessandro Manzoni.
Oh come ho goduto, mercoledì scorso, a sentirne in questa medesima sala le lodi, dalla voce eloquente del Panzacchi, a proposito de' Promessi Sposi! Nè per la strettezza dell'ora potè l'amico mio aggiungere alle altre questa lode, che il libro, nel '27, quando uscì, era altamente benefico anche perchè animato di nobile patriottismo. Non sono un'allegoria, come affermarlo sul serio?, i Promessi Sposi: gli Spagnuoli che vi son descritti nostri padroni nel secolo XVII, son essi gli Spagnuoli, e non i Tedeschi del XIX; Renzo è un povero contadino lombardo, non il popolo italiano angariato; e le sue nozze con Lucia, avversate da don Rodrigo e aiutate da fra Cristoforo, non simboleggiano per nulla le nozze del popolo italiano con l'Italia, a dispetto della Santa Alleanza, sotto la protezione del pontefice. No; mettiamo da parte queste chimere. Ma appunto perchè la macchina fantastica del romanzo s'incardina così saldamente nella verità storica, e la Lombardia sotto il mal governo straniero è rappresentata quale veramente fu, miseranda; quanti seppero leggere e ripensarono (che che ne pensasse sulle prime anche il Berchet) si accorsero la lezione del passato valere pel presente e dover valere per l'avvenire: un popolo non può essere felice quando è amministrato dallo straniero. Così i Promessi Sposi apparvero fecondi di bene morale e politico anche al Sismondi e al Giordani; quegli protestante, questi classicheggiante: e contro ciò cui poteva indurli la loro fede religiosa ed estetica verso un'opera d'intendimenti cattolici e di fattura romantica, que' due valentuomini le plaudirono. L'Italia, dissero, di tali libri ha bisogno. E libri tali che neppur la cruda censura austriaca poteva proibire, erano anche per ciò meglio desiderabili ed efficaci; come efficaci, voi lo sapete, riuscirono per la loro semplice verità Le mie prigioni del Pellico. Più d'un censore austriaco de' furbi, io mi credo avrebbe preferito di gran lunga si diffondessero i canti della maledizione anzi che sì fatte pagine innocue della così detta rassegnazione.
II.
Ma tutto il Manzoni, per grande che egli quivi apparisca, non sta entro i Promessi Sposi; nè tutto il pensiero suo politico sta in un consiglio indiretto. Quando nel '27 diè in luce il romanzo, già da un pezzo aveva scritte le liriche e le tragedie, e tutti già lo acclamavano o biasimavano capo di quella scuola romantica che era ormai sinonimo di congiura liberalesca, come scuola classica voleva ormai dire congrega di reazionarii e di spie: tanto fra noi la questione letteraria si era rapidamente snaturata e confusa nella grande questione nazionale. E già allora i prigionieri dello Spielberg si canticchiavano l'un l'altro a consolazione certi versi del Trionfo della Libertà del Manzoni giovinetto; già i nostri giovani imparavano a mente i cori del Carmagnola e dell'Adelchi; già gli amici del poeta sapevano la canzone pel Proclama di Rimini del '14 e l'ode pe' moti del '21.
Al Manzoni, che nel '14 firmò la protesta contro il Senato perchè gli sembrava non doversi invocare dagli stranieri il re, ma adunare i comizi che deliberassero: nel '48 firmò, durante le Cinque giornate, per la strada, sul cappello d'un amico, la petizione a Carlo Alberto perchè occupasse Milano, e s'addolorava poi che la firma, riuscitagli necessariamente tremula in quel disagio, potesse esser creduta tremula per altra ragione; accolse in sua casa il Mazzini, e gli disse: — Noi due siamo forse i più antichi unitarii che conti fra i vivi l'Italia! —: accolse il Garibaldi, e, andandogli incontro, esclamò: — Se mi sento un nulla dinanzi a qualsiasi de' vostri Mille, che sarà dinanzi al loro capitano? —; accettò di esser fatto senatore del Regno d'Italia, e le due volte che si recò a votare furono per la proclamazione del Regno e pel trasferimento della capitale da Torino a Firenze, verso Roma; di Roma libera accettò la cittadinanza onestamente vantandosi delle aspirazioni costanti della lunga sua vita all'indipendenza e unità d'Italia; scrisse parole di reverente encomio per Anita Garibaldi; rifiutò di dettare l'iscrizione pel monumento milanese a Napoleone III, reo di Villafranca e Mentana; al Manzoni, tale e storicamente sì fatto, nessuno può ormai, nè deve, negare un alto sentimento patriottico, non scemato mai dalla fede cattolica altamente sentita, e serbato incolume e puro, sempre, da ogni indegna mistura.
Bene ha narrato Giambattista Giorgini il dialogo tra il Manzoni e il Cavour quando, proclamata la costituzione del Regno, uscirono que' due insieme dal palazzo Madama, e la folla ammirata li applaudì. «Due grandi forze avevano fatto insieme l'Italia. Prima il sentimento a cui s'era inspirata tutta la nostra letteratura, quando, da palestra di verseggiatori eruditi, che era divenuta dopo il Petrarca, tornò a essere nazionale e civile. Secondo, la politica di Casa Savoia. Queste due forze avevano camminato per secoli verso la stessa mèta, ma senza conoscersi, senza sapere l'una dell'altra: anzi l'una dell'altra sospettose e nemiche. I due più grandi rappresentanti di queste due forze che s'eran finalmente incontrate, qui per la prima volta si mostravano insieme, e si stringevano in quel momento la mano.» Il Manzoni, agli applausi, non resse; e nella sua invitta modestia, per istornarli da sè, si volse anche lui al Cavour e si diè a picchiar le mani più forte degli altri. Poi, usciti dalla calca, là ne' Portici, un battibecco: a chi andavano veramente quegli applausi? nessun de' due li voleva per sè.