Ma Alessandro Manzoni non avrebbe certamente potuto dire una cosa simile nè al Grossi, nè al Cantù, nè al d'Azeglio, nè al Carcano e nemmeno a quell'Ippolito Nievo, in cui forse era riserbato all'Italia un grande romanziere, se giovine ancora non fosse scomparso nel Mediterraneo quando si sfasciò il vecchio bastimento dove egli salpava dalla Sicilia all'Italia. Passiamo dunque su questi imitatori; rendiamo loro il merito che hanno, ma convinciamoci che rispetto al gran modello essi sono pallide ombre. Dimentichiamo gl'imitatori e torniamo al maestro! Torniamo a questo grande, che tanta luce ha diffuso sulla prosa e sulla poesia italiana; torniamoci senza feticismi, anzi come disse opportunamente nel suo recente volume Arturo Graf, torniamoci rinfrancati e fortificati da quella stessa libera critica che per venti anni abbiamo fatto al lavoro immortale di Alessandro Manzoni, specialmente per opera di Giosuè Carducci. Torniamo come vi è tornato lo stesso Carducci, il quale da ragazzo lesse per cinque volte i Promessi Sposi, poi pareva che non volesse più leggerli; ma l'anno passato interrogato da un amico che cosa leggesse, disse: rileggo i Promessi Sposi; e quando con una concezione gagliarda volle ricongiungere la poesia e l'arte al suo principio morale e civile e stringere la mano del vecchio Parini, sentì che il gran Lombardo alzava la sua e aveva diritto, e voleva essere anche egli in quella stretta immortale. Tornate al Manzoni massimamente voi, giovani; tornateci, ripeto, senza feticismi, con libero ossequio, per attingere specialmente da lui il senso nobile, geniale, umano dell'arte, di quest'arte alla quale ora tutti si prosternano con inni paradossali come ad unica Deità della vita.... Parole, parole, parole!...
Quando siamo al fatto, questa Augusta, Divina, quest'anima dell'anima umana, noi la vediamo ancora trascurata per le alcove, per i manicomi, per i postriboli, come se tale fosse un suo destino ineluttabile, e come se la sua tanto decantata libertà non fosse che la fatale selezione del male.
GIUSEPPE MAZZINI E IL SUO PENSIERO FILOSOFICO
CONFERENZA
DI
ARTURO LINAKER.
«In noi tutti, figli del secolo XIX, v'ha del Titano e dell'Amleto a un tempo. Cominciamo dal credere esclusivamente in noi stessi e finiamo col non credere più in cosa alcuna; due fasi dell'anima che dipendono dalla mancanza d'una fede santa e comune. La vita, così diseredata, ci sfugge in linea spezzata, a traverso una successione di scosse, ora sfiorando il cielo, ora immergendosi nel fango, invece di spandersi forte e calma nella sventura come nella ventura. Il Titano cade fulminato dalla forza delle cose: Amleto si accascia sotto il peso dell'idea.... Solo il credente rimane in piedi come vecchia querce solcata dalle tempeste.... Triste e silenzioso, egli prosegue senza codardo sconforto il compito della sua giornata. Ei sa che il fiore dell'anima sua, la speranza, non può espandersi se non al di là di quella culla di trasformazione, che quaggiù vien chiamata tomba!»
Questo, con un tratto Michelangiolesco, l'ideale della vita che Mazzini tracciava: non Titano, non Amleto, ma credente in una fede santa e comune!
A lui la madre non sussurrò imprudentemente all'orecchio con un bacio: sii felice! A lui il padre non disse: sii ricco! Ma la madre al primo svegliarsi della sua intelligenza avevagli detto: sii buono e puro! sii forte: impara a soffrire!
E la memoria della madre egli benedisse! Benedisse, in mezzo alle dure prove della vita, l'educazione avuta.
Gli uomini del 21 che, profughi dall'Italia, andavano a combattere e a morire per la libertà della Spagna, avevano lasciato profonda impressione in lui, giovinetto di 16 anni; aveva intraveduto che si doveva e si poteva lottare per una fede santa e comune, la libertà della patria!
L'immagine di que' proscritti gli stava dinanzi; e, in mezzo alla irrequieta, tumultuante vita degli studenti, era cupo, assorto, invecchiato precocemente; vestiva sempre di nero, sembrandogli portare il lutto della patria; ed era talmente fuori di sè per la lettura dell'Ortis, che la buona madre temette del suicidio del figlio!