Sono fasi che la tempestosa anima de' giovani traversa: belle, quando la causa dello sconforto è una grande, una santa idea; tristi, quando è l'egoismo insoddisfatto, una smodata brama di godere non appagata, la stanchezza della vita!
Una donna, la madre dei suoi amici Ruffini, lo riconciliò colla vita, gl'infuse, accanto all'amore per la patria, la fede religiosa! Bisogna leggere le pagine affettuosamente belle del Lorenzo Benoni per aver un'idea del Mazzini studente all'Università, uscito dalla sua crisi di scetticismo.
Giovanni Ruffini scrisse del Mazzini quando già s'era staccato politicamente da lui; ma nell'anima sua era rimasto un ricordo che non si cancella mai, il ricordo puro, poetico della giovinezza.
Il Mazzini (ch'egli chiama Fantasio) era per lui il giovane più affascinante che avesse conosciuto. La sua testa era assai ben modellata; spaziosa e prominente la fronte; gli occhi neri morati mandavano lampi. L'espressione della sua faccia grave e quasi severa era addolcita da un sorriso soavissimo; era bello e facondo parlatore: e, se si fosse incalorito in una disputa, era ne' suoi occhi, nel gesto, nella voce un fàscino irresistibile. Magro e gracile di corpo, aveva un'anima infaticabilmente attiva. Appassionato amatore d'ogni libertà, l'anima sua fiera spirava un indomabile spirito di rivolta contro ogni tirannia ed oppressione. Buono, affettuoso, liberale....
Questo è il ritratto del Mazzini studente.
Dante e Alfieri, Shakespeare e Byron, Goethe e Schiller riscaldavano l'anima sua. Dante però era l'autore prediletto da lui: dal 1821 al 1827 egli l'aveva profondamente studiato, e aveva imparato a venerarlo come padre della nazione; lo commentava ad un nucleo di giovani scelti, d'intelletto indipendente, anelanti a nuove cose, che si raggruppava intorno a lui. Il nome d'Italia che sì frequente ricorre nel poema, diventava sacro per loro, e destava i palpiti del loro cuore.
Il suo primo scritto, sull'Amor patrio di Dante, lo mandò all'Antologia che non lo pubblicò: lo fece inserire poi nel Subalpino Niccolò Tommasèo, che nel culto di Dante aveva pure attinto forti ispirazioni.
«O Italiani (esclama il Mazzini in quell'articolo), studiate Dante! non su' commenti, non sulle glosse, ma nella storia del secolo in che egli visse, nella sua vita, nelle sue opere!»
Ed imparò da Dante come si serva alla patria finchè è vietato l'operare, e come si viva nella sciagura!
Egli era nato letterato! S'affaccendavano alla sua mente visioni di drammi e romanzi storici senza fine e fantasie d'arte, che gli sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. Ma, a che l'arte? Senza patria e libertà si potevano avere profeti d'arte, non arte. Il problema era essenzialmente politico: bisognava avere una patria! «L'arte italiana fiorirà sulle nostre tombe!»