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Vincenzo Bellini rappresenta, nella pleiade musicale di cotesti anni, il luminoso astro fuggitivo che brillerà d'intensissima luce per pochi anni, poi sparirà quasi consunto dal suo medesimo fuoco. Se egli ottenesse dalla natura il dono prezioso della fecondità, non è certo; ma si sa che le opere sue più belle, le tre opere magistrali che non morranno fintantochè almeno non si capovolgano le leggi eterne del gusto, rampollarono dall'accesa fantasia del giovane maestro con meravigliosa rapidità, e si sa pure che dopo il sublime suo canto del cigno, dopo quei Puritani che sollevarono un grido d'entusiasmo per tutto il mondo, egli, già colpito dalla fatale malattia che doveva spegnerlo all'età di trentaquattro anni, meditava sopra due nuovi soggetti. Di lui veramente, meglio che del Rossini, sarebbe curioso e opportuno indagare quali nuove forme avrebbe assunte, a quali diversi atteggiamenti si sarebbe piegato il suo ingegno, se la natura, dispettosamente crudele, non avesse voluto dare apparenza di verità all'antica sentenza di Menandro: «Muor giovine colui che al cielo è caro.»

L'acutezza tutta meridionale della sua mente, in quei brevi mesi di soggiorno a Parigi, gli servì per penetrare addentro nei nuovi progressi della musica strumentale, che fu per lui come il dischiudersi di nuovi orizzonti; e forse non esagerano quei biografi i quali affermano, che prima di recarsi in Francia il Bellini non conoscesse che superficialmente la musica di quel maestro che il Rossini non dubitava di chiamare fra tutti il più grande, e che fu Ludovico Beethoven. Della profonda mestizia, qualità predominante nell'autore delle Nove Sinfonie, è facile riscontrare più d'una traccia nell'ultima opera del maestro catanese, come nè è più ricco, più nutrito, più vario lo strumentale. Egli che, nell'idilliaca Sonnambula, emulò la greca semplicità e la perfezione di Teocrito, e nella Norma si sollevò a grandezza epica, tocca, io credo, il massimo vertice del sublime con la dipintura delle cruente lotte fra i Puritani ed i Cavalieri. Dalla favola montanara, tutta impregnata di agresti profumi, dalle foreste druidiche, di cui indovina, senza neanche darsi pensiero di approfondirle, le sanguinose tregende, egli trapassa alla contemplazione e alla riproduzione di un grande quadro storico: ma nella cozzante varietà dei soggetti che tratta, egli serba pur sempre lo spiccato carattere della individualità propria, della propria originalità.

Ascoltando la musica di altri maestri, rimarremo incerti talvolta nell'attribuire la paternità a questo od a quello: ma Vincenzo Bellini non è possibile confonderlo mai con altri. Le sue cantilene soavissime, le sue melodie, quasi tutte di prima intenzione, e una tal quale morbidezza raffaellesca di contorni, ce lo annunziano e ce lo rivelano presente sempre.

Egli non somiglia che a sè medesimo. Sentendolo, vien fatto di pensare che la sua musica, più che dalla fantasia, gli germogli dall'anima, e che quell'anima riassuma e traduca le troppo fugaci gioie e gli eterni dolori dell'umanità: vien fatto di dire che i suoi canti, più che col linguaggio delle note sono composti di lacrime, e sono le lacrime che raccontano le nostre miserie, le nostre intime ambascie.

Vincenzo Bellini ebbe principalissime, fra tutte le doti musicali, la schiettezza e la limpidezza, congiunte alla più squisita semplicità delle forme. C'è stato perfino un tempo, nel quale non si dubitò di dirlo anche troppo semplice. Venti o venticinque anni fa il direttore di un teatro parigino, voglioso di rimettere in scena la Norma, propose a Giorgio Bizet, non ancora celebre, di rifare, secondo le nuove tendenze e il nuovo stile, la strumentazione dell'opera belliniana, e offrì al giovine maestro, bisognoso di lavorare, qualche migliaio di lire. Tutto lieto il Bizet portò a casa la partitura della Norma, stimando agevole impresa rimettere a nuovo la vecchia opera, vecchia allora di più che quarant'anni. Ma di lì a qualche giorno, con la partitura intatta sotto il braccio, egli andò a trovare il direttore di quel teatro, e restituendogli lo spartito gli disse che le opere del genio sono intangibili, che a mettervi le mani e ad alterarle si commette opera profanatrice e sacrilega. L'autore futuro della Carmen, grande artista veramente, respingeva da sè con ribrezzo la mostruosa complicità in un reato, rimasto fortunatamente uno sterile tentativo.

Ogni tempo ha l'arte che si merita e che gli si confà: e l'arte non ha efficacia immediata, se non in quanto rispecchia i gusti, le tendenze, le aspirazioni dell'epoca in cui ella sorge e fiorisce. La musica della prima metà del nostro secolo, discesa in linea retta da quella del secolo precedente, mantenne intatta la tradizione, ma si arricchì di forme più belle, ma ebbe intenti più serii e più drammatici, ma penetrò anche più addentro nei segreti dell'anima umana.

Senza confondere l'arte con la scienza, ma senza ripudiare quest'ultima, rifiutò tutto quello che non germogliasse direttamente dalla fantasia. E appunto per questo fu grande e semplice; ed ebbe nome, per il momento, Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, Oh non per loro certamente, non per le loro orchestre destinate ad accompagnare docilmente o ad abbellire di fregi modesti il canto della scena, non per le loro orchestre, come doveva accadere più tardi per il mistico Wagner, tutte le potenze della natura congiurarono favorevoli, nè la terra regalò quasi tutto il metallo delle sue miniere e il legname delle sue foreste per fornire le armi sonore destinate agli assalti irresistibili! La musica di quei nostri grandi, veramente nostri, scaturita come fonte viva di limpida acqua dalle viscere della montagna, non ebbe bisogno delle violente arginature artificiali che ne affrettassero il corso, ma si diffuse allargandosi come in azzurro tranquillissimo mare tutto bagnato di sole. Era il sole d'Italia, o signori, e non aveva nulla da invidiare alle nebbie germaniche.

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Diverso affatto dal Bellini fu Gaetano Donizetti, compagno suo ed emulo felice in quella gara che durò fino al 1835, fino all'anno in cui l'autore dei Puritani si spense. Di Vincenzo Bellini, tenuto conto anche dei primi tentativi melodrammatici, si contano nove opere soltanto: Gaetano Donizetti invece, fantasia più feconda, ingegno più vario se non altrettanto peregrino, e agitato dalla febbre continua del produrre, fornisce durante ventiquattro anni, dal '22 al '46, un così lungo cammino, e semina quel suo cammino, con una prodigalità che rasenta la spensieratezza, di così fulgidi capolavori, che basterebbe lui solo, io credo, a segnare di un'orma indistruttibile la storia dell'arte.