Egli fu veramente, per la grazia della espressione, per la originalità, la spontaneità, la vaghezza melodica, per una soavità e una delicatezza di cantilene non scevre di malinconia, egli fu il Mozart dell'Italia: non scevre di malinconia, ho detto, come fu divinamente malinconico il Bellini, sì che l'uno e l'altro pare che rispecchino, nella indole dei loro ingegni e dei loro animi, il virgiliano sunt lacrimae rerum, che il Manzoni, forse inconsapevolmente, ha tradotto con la mestissima frase che «del dolore ce n'è, sto per dire, un po' per tutto». Se non che il Donizetti, fecondo e versatile come pochi, e superiore in questo al Bellini, ci lascia incerti anche oggi se riuscisse più felicemente efficace, appunto come Wolfango Mozart, nel melodramma serio o piuttosto nell'opera giocosa.

La popolarità e la fama rapidamente raggiunte lo avevano già reso celebre in pochi anni: il nome suo non pure famoso in Italia, ma nelle principali e più colte città dell'Europa, andava fino dal '37 congiunto ad opere che s'intitolano Anna Bolena e Elixir d'amore, Lucrezia Borgia e Lucia di Lamermoor, Marin Faliero e Parisina, per tacer delle altre: e sono opere che rimarranno lungamente vive, insieme con quelle degli ultimi suoi dieci anni: rimarranno vive anche nei pervertimenti frenetici del gusto, anche nei periodi delle così dette rivoluzioni musicali. Perchè il genio ha anche questo di buono, di salutare, di benefico: che sopranuota a tutti gli errori, a tutte le aberrazioni, alle storture d'ogni maniera: egli resiste sereno ed impavido ai mutabili capricci della moda, alle piccole e alle grandi ostilità, alle guerricciòle degli emuli, alle invidie degli impotenti.

E notate questo, o signori: gli anni in cui il Donizetti imperò quasi solo nel campo della musica, furono gli anni delle aspettative pazienti: e perchè, nel silenzio di ogni voce un po' libera, e nell'abbattimento di ogni aspirazione generosa, gli astuti governanti d'Italia erano larghissimi nel favorire, nel secondare, nel provocar quasi i popolari entusiasmi per i grandi spettacoli teatrali, accadde che le fantasie, private per allora di ogni più vigoroso alimento, trovassero pascolo sufficiente e distrazione bastante per una nuova opera, per un giovane maestro che accennasse ad uscire dalla schiera dei volgari, anche per un artista, uomo o donna, che le imprese e le direzioni dei varii teatri d'Italia si disputassero.

C'era di mezzo l'arte; ma c'era anche, bisogna pur convenirne, il superficiale diletto dei sensi: e nel doloroso silenzio di cotesti anni fu possibile vedere, in quella città che doveva poi scrivere col proprio sangue una pagina immortale nella storia del risorgimento italiano, fu possibile vedere preso d'assalto, con manifestazioni quasi di delirio, il teatro della Scala da una folla tumultuante, perchè i due astri della danza, la Cerrito e la Essler, comparivano, per il momento non più rivali, in un medesimo, ballo e nella medesima sera; e fu anche possibile vedere giovani patrizi e banchieri stagionati disputarsi non soltanto i favori ed i sorrisi delle danzatrici più celebri, ma anche i più minuti gingilli abbandonati dalle dive al servitorame degli alberghi; persino le maioliche intime di una Essler, ridotte in cocci, dividersi come reliquie fra qualche dozzina di adoratori, perchè potessero fregiarsene i candidi sparati delle camicie.

Ma non incrudeliamo soverchiamente sopra le debolezze di un tempo, la cui responsabilità non ricade che in piccolissima parte sulla cittadinanza italiana. Alle brevi aberrazioni succedevano ben presto i più durabili e fervorosi entusiasmi per le grandi rivelazioni dell'arte, e il Donizetti, morto Vincenzo Bellini, fu per allora l'unico sovrano intellettuale delle folle, l'unico inappellabile arbitro del gusto.

Nello spazio di ventidue anni, dal '22 al '44, egli scrive sessantacinque opere: due in ciascun anno, spesso tre, talora anche quattro. Gli accade più d'una volta di trovarsi a quindici e venti giorni di distanza dall'epoca fissata per la consegna di un'opera, e non soltanto non averne scritta neppure una nota, ma neanche sapere quale libretto gl'invierebbe il poeta: eppure nel giorno fissato egli mantiene scrupolosamente l'impegno.

Una sua opera fresca e limpida anche oggi come un mattino di primavera, l'Elixir d'amore, egli la scrivo in quindici giorni; scrive in sei settimane la Lucia di Lamermoor, uno dei più squisiti capolavori musicali del secolo: compone in undici giorni il Don Pasquale, modello insuperato di commedia musicale: improvvisa in otto giorni la Maria di Rohan. Al cognato Vasselli di Roma, col quale mantenne sempre una fraterna e gioconda corrispondenza epistolare, così scriveva argutamente da Parigi nel 4 gennaio 1843:

«Il giorno 31 del passato dicembre passò non da questa all'altra vita, ma da una parte all'altra della Senna, il signor Donizetti, per essere nominato socio corrispondente dell'Istituto di Francia. E ieri sera, 3 del nuovo 1843, si diede al teatro Italiano la prima recita della sua nuova opera Don Pasquale. Non vi fu pezzo senza applausi: l'autore chiamato dopo il secondo atto e dopo il terzo. L'opera gli è costata una pena immensa: undici giorni. Ora a Vienna darà il Duello sotto Richelieu (che è la Maria di Rohan): otto giorni di travaglio: giorni contati. E siete pregato di non raccontare i miei segreti, perchè già il pubblico o non li crede, od immagina che sia musica buttata giù.»

Nove anni prima, nel 1834 a Milano, una grave infermità d'occhi impedisce al Mercadante di scrivere l'opera che si è impegnato di consegnare al teatro della Scala. Mancano quaranta giorni allo scadere dei termini, e il Mercadante chiamato a sè il Donizetti caldissimamente lo prega di supplirlo, per evitare a se il pagamento di una grossa penale. Il Donizetti acconsente, in meno di trenta giorni consegna finita l'opera, e quell'opera ha nome Lucrezia Borgia.

Egli è fatto così: la sua produzione è fulminea. Basta che un soggetto potentemente lo attragga perchè egli se ne innamori, e subito gli trasfonda la vita immortale della sua arte. Indole arguta e di giocondissimo umore, lieto di trovarsi nell'amabile compagnia di parenti e di amici, egli non sfugge le allegre distrazioni della vita svagolata del palcoscenico, si trattiene perfino un po' troppo nei camerini delle prime donne; ma il pensiero fisso della sua mente è sempre rivolto a quell'opera, o meglio ancora a quelle opere che imprese, direzioni di teatri e pubblici con febbrile impazienza aspettano. E nei solenni momenti della geniale ispirazione egli si rinchiude, se così posso esprimermi, in quella parte del mondo ideale ove sorge il palazzo marmoreo dell'arte. Costì egli evoca intorno a sè i fantasmi dei tempi e dei personaggi che furono, e scrive opere di argomento storico: cerca nei romanzieri, nei drammaturghi, nei commediografi l'abbozzo, la linea rudimentale di personaggi e di fatti immaginarii, ed egli li veste, li colorisce, dà loro la vita, il movimento, il colore della sua arte.