A queste due categorie di personaggi egli chiede misteriosamente il segreto della loro esistenza, dei loro amori, delle loro gelosie, dei loro odii, delle loro colpe, ed essi, come avrebbe detto Niccolò Machiavelli, per loro umanità gli rispondono. Nella storia e nella leggenda, nelle romanzesche avventure che i poeti immaginarono si svolgessero nelle antiche Corti, nei castelli medioevali, fra le montagne azzurre o fra le nevose della Savoia, nei poveri paeselli della campagna, nelle foreste della Scozia, nei grandi parchi dell'Inghilterra, il Donizetti si foggia per conto suo altrettanti mondi, e quei mondi, quasi rispondessero alla irresistibile chiamata di un dio, si risollevano dalle tombe come le suore peccatrici evocate dalla magìa di Roberto, scuotono la polvere dei secoli, palpitano e si muovono, perchè il genio di un uomo vi ha soffiato per entro il potente anelito della vita.

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Ma «la via lunga ne sospinge» e l'ora si affretta verso il suo termine. Guardiamo ancora. Ecco che sul nostro cammino.... diciamo meglio, ecco apparire nel nostro cielo un nuovo astro, non per ora d'intensa e continua luce come i due che lo precedono, fosco anzi e un po' tenebroso in principio, ma che scintillerà presto di splendori tutti suoi. E un giovine di ventotto anni, alto, magro, accigliato, con i lunghi capelli che gli scendono in ciocche abbondanti sul collo. La sventura lo ha colpito pochi mesi innanzi con la morte della giovanissima diletta compagna e di due figlioletti, e l'insuccesso clamoroso di una sua opera, la seconda scritta da lui, pare lo abbia allontanato per un pezzo dalla ingannatrice sirena melodrammatica. Dice a tutti di esser tornato dal nativo paese a Milano, non per cercarvi una gloria che pare il destino voglia negargli, ma per dar lezioni di canto e di pianoforte, giacchè egli ha bisogno di vivere.

Non ostante ciò, non può rinunziare a far vita comune con gli artisti, a discorrere della musica degli altri non avendo niente di bello da raccontar della propria, e passa le giornate e le sere in quel mondo così vario, così turbolento, così incontentabile, che svolge le sue spire attorno alla piazza ove sorge il teatro della Scala: singolarissimo mondo che è come una Camera di Commercio del canto e della danza, mondo suddiviso in piccoli quartieri, in minuscole stanze a pian terreno ed al mezzanino, dove convengono ad ogni ora artisti, impresari, speculatori, faccendieri, buongustai, abbonati, pubblicisti, librettisti, maestri di musica, mezzani. Mancava allora la troppo celebrata galleria Vittorio Emanuele, sotto la cui cupola bighelloneggiano gl'irrequieti cercatori di scritture teatrali; ma c'era il portico del teatro della Scala, c'erano gli sgabuzzini degli agenti, i negozii di musica di Francesco Lucca e di Giovanni Ricordi, i caffè, le fiaschetterie, i camerini delle imprese, le quinte dei palcoscenici: e dappertutto era un rimescolìo di offerte e di domande, una animata, continua, febbrile conversazione, un protestare, un indignarsi, anche uno scambio di male parole fra chi vantava i propri meriti, e chi s'ingegnava a disprezzarli per pagar meno: e tutto questo accompagnato da squassamenti delle lunghe zazzere dei tenori spioventi sui baveri, da movimenti drammatici dei pizzi prolissi dei baritoni, da voci cavernose dei bassi profondi, dallo scodinzolare leggiadro dei soprani, dei mezzi soprani, e dei contralti.

In quel mondo, al quale mancò finora — ed è veramente un peccato — l'arguto e verace istoriografo, si aggira inquieto e nervoso quel giovane di ventotto anni, che ascolta tutti e discute animato ed a scatti, che, nel facile contradire delle conversazioni al caffè, batte con violenza sul tavolino la mano larga e tozza, e con l'audacia di certi suoi propositi scandalizza i refrattari parrucconi del Conservatorio milanese: quei parrucconi che con una farisaica interpretazione dei regolamenti avevano respinta la sua domanda di parecchi anni prima per essere ammesso fra gli alunni di quell'Istituto musicale.

A cotesto giovanotto oramai maturo e già autore di due opere, che dice a tutti di non volere più scrivere per il teatro, e invece non pensa, non discorre, non palpita che per cotesto fantasma dei suoi trepidi sogni, a quel giovanotto occorre si presenti una occasione fortuita, occorre il mancato adempimento ad un patto contrattuale di qualche maestro, che so io? la necessità in cui si trovi un impresario di fare onore in qualsiasi modo agli impegni assunti col pubblico: occorre questo, perchè gli occhi del giovine si ravvivino di speranze, perchè il tumulto della fantasia si ridesti, perchè il dio della ispirazione mandi il tonante grido della riscossa.

E il grido ci fu: la fantasia ebbe un sussulto: l'opera apparve luminosa nel cielo dell'arte. Quel giovinotto aveva nome Giuseppe Verdi, quell'opera s'intitolava Nabucco.

La storia anedottica del Nabucco l'ha raccontata lo stesso Verdi. L'opera doveva musicarla il maestro Nicolaj, e in una sera di decembre del 1841 l'impresario del teatro della Scala, incontratosi col Verdi, gli raccontò che il libretto della nuova opera non piaceva al maestro, che per la ristrettezza del tempo non era possibile averne altri, ma che lui impresario manderebbe al diavolo il Nicolaj se il Verdi accettasse di scrivere la musica del Nabucco.

La resistenza e le proteste furono vane: il giovane maestro, cacciatosi in tasca il manoscritto di Temistocle Solera, corse a casa: e aperto così a caso il quaderno, lesse i versi, rimasti celebri, dello stupendo coro: «Va', pensiero, sull'ali dorate,» che nella musica melodrammatica del nostro secolo è forse la invocazione più appassionata e più sublime alla patria lontana, e che fratello maggiore del coro dei Lombardi, meriterebbe con più ragione si ripetesse di lui:

Che tanti petti ha scossi e inebriati.