Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal Tosti.
I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano nuove gabelle, la rapace mano regia colpiva fulmineamente i cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65 per 100.
Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837.
Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega ecclesiastica.
Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale, al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben dotata andava a marito.
Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene, non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti, senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei politici rigore tirannico; la libertà al ladro transeat, ma al giacobino non mai.
Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo?
Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio, buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo papale ignorante ed ozioso.
I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la morte. Il decus antico come era rimasto nella linea del volto e del fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile, ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo scialo, odiavano l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento, cortesia di forma non sapevano che fossero.
Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e chimere.