L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i bimbi per impietosire i passanti.

Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo?

Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira. Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne pasquinate: la satira.

Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di humour, soffio moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli, una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino, impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette, motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le risa»[2].

Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua poesia dialettale.

II.

Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre, con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva. E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti.

Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe, austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto.

La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio.

Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo.