Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio, prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il contagio e ne morì.

Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola, studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture, metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta pena abbandonò la classe.

Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano così formando pessimista.

Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie; così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia di forma.

Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello gli moriva e la sorella si votava monaca.

Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel 1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie forme. Il primo suo volumetto stampato fu: La Pestilenza stata in Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII, scritta, secondo afferma lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813.

Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi; egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti.

Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli empi.

Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.

Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare altrui.