Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore grande all'irradiamento dell'io.
Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita. Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo che al lamento e alle lagrime.
Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva l'ambiente.
Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e non sapeva entusiasmarsi.
Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava, e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante.
L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e fiacco.
La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato — vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito.
Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso, perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla mano del fato e dagli avvenimenti.
Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso?
Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano.