Il 17 ottobre 1797, il Bonaparte, con l'infame mercato di Campoformio, vendeva Venezia agli austriaci. E allorchè il giorno moriva e i rintocchi delle campane si spandevano sull'ampia laguna, e le acque erano solcate da splendori fosforescenti, sotto il Palazzo pieno di misteri, dinanzi alle pietre fatte brune dai secoli, fra il popolo muto ed oppresso, un uomo con l'anima in delirio e i nervi agitati, esciva in una imprecazione che, in quell'avvilimento, risuonò alta e fiera protesta, e fu seme di riscossa nelle età future. «L'Italia è terra prostituita» esclamava Ugo Foscolo «premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti e non piangere d'ira?»
Così, con questo alto lamento angoscioso, finisce l'un secolo e comincia l'altro. Nei misteriosi palazzi s'aprono le porte, si spalancano le finestre, vi entra una improvvisa folata di vento, un turbine impetuoso.
Fuggono spaventate le belle donnine tutte frange, fronzoli e cernecchi, i cavalierini dall'anima di stoppa e dallo spadino inoffensivo; e un silenzio come di morte piomba nelle stanze fiorite di stucchi e d'oro, discrete confidenti di colloqui amorosi, dove sorridevano tutte le eleganze e tutte le letizie della festosa arte del veneto tramonto.
Ed oggi, quando i ricordi del passato si ridestano in quelle vecchie dimore, in cui i dipinti e le stoffe si stingono in un color d'ombra diffuso, e tutto ha un dolcissimo profumo di vecchio, e ad ogni oggetto si accompagna una leggenda amorosa; oggi, quando nella penombra di quelle stanze sembra di veder salire e vanire entro cirri di nubi profili femminili, figure eleganti di cavalieri, fantasmi voluttuosi, ci si domanda in qual modo quei Florindi e quelle Rosaure, tutti ben mio, vita mia, vissare mia, poterono, dopo appena cinquant'anni, trasformarsi negli ardimentosi difensori di Venezia.
Come mai il doge Manin, che mentre crollava la longeva repubblica lamentavasi di non poter esser sicuro nemmen nel suo letto, potè, dopo mezzo secolo, trovare il più magnanimo contrapposto in un altro Manin (la storia ha di questi strani riscontri anche di nomi), il quale, benchè plebeo, seppe vendicare l'antica macchia inflitta al nome patrizio? E per che modo l'anima gracile della città dai morbidi amori, dopo una lunga e molle inerzia si destò con tanta possanza? E che cosa ha veramente prodotto la immensa esplosione del '48?
Vediamo.
***
La città dominatrice, che avea avuto tutte le grandezze, dovea provare tutte le miserie.
Quando, dopo essere stati cacciati dai francesi nel 1806, gli austriaci entrarono nel 1814 per la seconda volta a Venezia, il podestà Gradenigo — un discendente di quel Doge che avea ordinato e rafforzato il dominio dell'aristocrazia — andava a prosternarsi a Vienna dinnanzi all'Imperatore, mentre un arciduca austriaco sulla piazza di San Marco gettava manciate di denaro al popolo plaudente.
Venezia perdeva a brani il suo manto di regina. Le gondole parevano bare galleggianti, gli uomini attraversanti gli alti ponti ombre del passato — i monumenti rovinavano, e più di dugento palazzi venivano demoliti per non pagare le imposte e per vendere i materiali. Nei cittadini era fiacco lo spirito, nullo il pensiero.