Il governo straniero, senza moderazione e senza giustizia — i balzelli eccessivi — il commercio inaridito e sacrificato alle altre parti dell'Impero, specie a Trieste — le spie e gli sbirri, véritables forçats — secondo la energica frase di Anatole de la Forge — auxquels l'Autriche donnait Venise pour bague — la mancanza infine d'ogni libertà politica e civile non valevano a ridestare gli spiriti, immersi come in uno stupor doloroso. Perfino la religione legittimava la tirannide e faceva sacro il dispotismo.
Ah! se dagli abissi del passato, le anime delle antiche generazioni avessero potuto riveder quei luoghi consacrati dalle loro rimembranze! Se le anime dei dogi, dei senatori, dei guerrieri avessero potuto rivisitare la loro città, ravvolta come in un funebre sudario, e vedere invaso da una volgar turba d'impiegati tedeschi il palazzo dogale, dove gli acuti e gravi magistrati erano stati custodi vigilanti delle libertà più antiche del mondo e sulle antenne della Piazza la bandiera gialla e nera in luogo del temuto vessillo, che s'era inalzato sulle torri imperiali di Bisanzio e s'era agitato ai venti della vittoria sulle acque di Lepanto; se quelle inclite anime avessero potuto veder tutto ciò, tra i gemiti di un immenso dolore si sarebbe udito risuonar per l'aere la lamentazione dell'antico profeta: Quomodo sedet sola civitas plena populo: facta est quasi vidua domina gentium?
Senza palpito e senza respiro veramente sembrava la Gerusalemme dell'Adriatico.
***
Dopo la rivoluzione e dopo il fulmineo cruento passaggio di Napoleone, parve fatale e necessaria la reazione politica, che col trattato del 1815 e con la Santa Alleanza, stese un'ombra mortifera su tutta l'Europa.
Ma non poteva durar lungamente; e già dopo alcuni anni in Francia, in Ispagna, nel Portogallo i legittimisti erano vinti; la Grecia e il Belgio si rivendicavano a libertà, e contro la Santa Alleanza si stringeva la lega occidentale tra l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e il Portogallo.
Anche in Italia il germe vitale non era spento. La coscienza patriottica si andava lentamente formando, e sorde indignazioni covavano in alcune anime generose, alle quali fu corona di grandezza il martirio.
Il 24 dicembre 1821 sulla piazza di San Marco, dal poggiuolo del palazzo dei Dogi, veniva letta una terribile sentenza ad alcuni imputati di Carboneria, che stavano sovra un palco d'infamia, esposti alla curiosità di una folla ammutolita.
Fra gli altri veniva commutata la pena di morte in venti anni di duro carcere nello Spielberg a Villa, Bacchiega, Fortini, Oroboni, Munari e Foresti — sante figure di martiri, che vediamo passare per mezzo alle pagine di quel libro, in cui il dolore ha accenti di semplicità sublime, le Prigioni del Pellico.
Dopo il processo dei Carbonari, s'addensò più cupa la maledetta tenebra della tirannide, e sembrò che Venezia di quella silente e paurosa servitù non sentisse vergogna.