I re che ha sul collo son quei che mertò,
si sarebbe potuto dir col poeta.
I veneziani rassegnati o gaudenti senza odio verso il dispotismo, senza amore per la libertà, traevano i giorni inutili e oziosi nei caffè, tra le chiacchiere, nei teatri. Venezia era divenuta la città della musica e della danza. Bellini e Verdi, la Ungher e la Grisi, la Essler e la Taglioni occupavano gli animi di quella gente immemore, assidua consigliatrice di tranquillo vivere.
Silvio Pellico, che a questo tempo si trovava a Venezia, scriveva:
«Qui mi annoio. I veneziani sono troppo chiacchierini; la loro vita di piazza e di caffè è molto scioperata; non pensano, non sentono. Io erro le intere giornate nelle gallerie di quadri, nelle chiese, nei palazzi crollanti, dappertutto mi colpisce lo spettacolo della passata forza e ricchezza veneziana e della presente miseria. Come mai non vedo in ciascun volto il dignitoso sentimento del dolore? Ad ogni sghignazzare pantalonesco io fremo.»
La sventura incodardisce le anime deboli. Con onorificenze e pensioni erano ricompensate le servili umiliazioni al monarca austriaco: e le famiglie patrizie decadute — servitù decorata! — strisciando inchini pitoccavano sussidî.
Movimento di pensieri e di studî, andava, è vero, timidamente manifestandosi, ma fuori della vita reale. Il Carrer, il Betteloni, il Capparozzo, il Cabianca erano gentili poeti. Il Romanin, il Cappelletti, il Cicogna ricercavano e studiavano i vecchi documenti — ritorno non del tutto infruttuoso alla civile sapienza repubblicana. Non erano spenti il brio grazioso e la vivacità acuta, che aveano dato gli ultimi guizzi nelle conversazioni di Giustina Renier Michiel morta nel '32 e di Isabella Teotochi Albrizzi morta nel '36. E a quando a quando scoppiava la poesia di Pietro Buratti caustica, personale, locale, in cui abbondava la ciarla maligna dei vecchi poeti giocosi, non mai il fremito cocente della satira politica.
La coscienza era vuota d'ogni alto volere, d'ogni intento patriottico, e anche la letteratura, sbiadita e muliebre letteratura da strenne, s'abbandonava a un tenerume, cui davasi il nome di sentimentalità.
La poesia o era lagrimosa ed elegiaca, nuova Arcadia al lume di luna con le castellane e i menestrelli, in luogo delle dee e dei numi dell'olimpo, o finiva nelle canzonette per chitarra, nelle strofette fluenti di quel dialetto molle e carezzevole, che la Signora di Staēl si meravigliava fosse parlato da coloro che resistettero alla lega di Cambray.
E nel sereno armonioso delle notti veneziane, dalla gondola solinga, s'alzava il canto del Lamberti: