Nel '44 tre ufficiali veneziani della marina austriaca, i fratelli Bandiera e Domenico Moro, disertavano, e il loro eroico disegno d'insurrezione era spento, nel vallon di Rovito, dal piombo borbonico, che troncava su quelle giovani labbra il grido: Viva l'Italia!

Dopo tre anni, il pontificato di Pio IX annunziava la giustizia e la pace. La religione benediceva alla patria, gravata sotto la pressura straniera, e Cristo ridiveniva la speranza degli oppressi.

Dovunque aspettazioni inquiete, palpiti indefiniti, indistinti presagi, un desiderio insomma di rivivere. Le questioni economiche e giuridiche, le discussioni scientifiche, le nuove vie ferrate, le riforme edilizie davano modo ai patriotti di avvicinarsi, d'intendersi, di concitare l'animo ad un solo, altissimo intento: rialzare le energie e ritemprare i caratteri, aspettando che gli eventi sorgessero propizi. Anche le lettere e le arti, ravvivate dalle fiamme del Mazzini, del Berchet, del Guerrazzi, incominciavano, ad acuire la spada, che doveva affrancare la patria.

Quando, il 13 settembre del '47 s'apriva a Venezia il Congresso dei dotti, il nome del novello Pontefice era salutato con un fremito di gratitudine e di speranza, con clamori d'entusiasmo.

Nell'ora novissima Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, che ad incarnare il pensiero patrio tentavano tutte le vie e tutte le forme, con gli scritti e con la parola arditamente chiedevano agli oppressori il risarcimento del diritto troppe volte violato. I due generosi cittadini, rammentando all'Austria le non mai adempite promesse, erano affratellati da un solo ardentissimo affetto, uniti in uno stesso pensiero.

Eppure quanta diversità d'indole fra essi!

Daniele Manin, austero di coscienza come di vita, animo incapace d'odi, ma sensibilissimo agli affetti, aveva mente lucida e comprensiva. Conoscitore profondo degli uomini e delle cose, energico e prudente, riflessivo ed entusiasta, umano e giusto, le più disparate doti trovavano in lui un mirabile contemperamento. Il Tommaseo se imponeva come il Manin il rispetto, non si conciliava come l'amico suo la simpatia. C'era del crudo e dell'eccessivo in quella sua ispida modestia, in quella sua ritrosia diffidente e scontrosa. Egli stesso si dichiarava non d'altro ambizioso che di solitudine, cupido che di povertà, superbo che di voler nulla potere. Ma in entrambi uguali la probità, la lealtà, il disinteresse, il sacrifizio di sè stessi alla patria.

Crescevano insieme con le ire degli oppressi, le vendette del dispotismo. Il Manin e il Tommaseo furono tratti in carcere; ma la ingiusta prigionia, inaspriva non domava il popolo, nelle cui vene fluiva nuovo sangue.

I fati eran pieni, e la rampogna dei forti era finalmente udita dall'orecchio dei neghittosi. Gli uomini insensibili e inerti si mutavano a un tratto in una gente fervida, animosa, concorde. Uomini donne, vecchi e fanciulli s'infervoravano nell'odio alla mala signoria. Non c'era più casa in cui si ricevessero austriaci; molte signore vestivano a lutto, gli uomini portavano cappelli alla Ernani come segno di riconoscimento, e si astenevano dal fumare per non pagare allo straniero una tassa involontaria, mentre la umile musa popolare cantava scriveva su pei canti:

Chi fuma per la via