Proclamata la Repubblica, il Manin fu eletto presidente. Il sogno superbo diveniva realtà, e dalle acque tranquille della laguna saliva la speranza, la visione, l'amore, il pensiero di poeti e di martiri, la nobile, la bella, la grande Italia.
Le città venete erano poco dopo sgombrate dagli austriaci, che, protetti dal terribile quadrilatero, chiuso dalle fortezze di Verona, Mantova, Peschiera e Legnago, si ritirarono nella regione compresa tra l'Adige e il Mincio, ove rimessi dalle prime sorprese stettero aspettando l'esercito di Nugent, che adunavasi sull'Isonzo e si apprestava ad invadere il Veneto. Italiani d'ogni parte della sacra penisola correvano intanto alle lagune. Drappellando bandiere, vestiti teatralmente, con divise dai colori sfoggiati, con cappelli piumati ed elmi dalla lunga criniera, con molti uffiziali che il grado eransi conferito da sè, inebriati da sonore ed enfatiche parole e dai canti patriottici sciatti di forma, ma esuberanti di colorito, quei volontari, senza disciplina militare, novissimi al combattere, si mostravano pronti ad affrontare con slancio ardimentoso la morte.
Di memorabili prove di valore parlano i campi di Montebello, di Sorio, di Solagna, i piani di Curtatone e Montanara, innaffiati dal più gentil sangue toscano, i colli di Vicenza, gli spalti di Treviso e di Osoppo, le Alpi cadorine, non meno valide a presidiare la patria delle giovani milizie guidate dal Calvi.
Le armi levate a cacciar lo straniero si credeano veramente benedette da Dio. In quei mattutini crepuscoli della redenzione nazionale, l'amor della patria vampeggiante di purissimo fuoco s'accompagnava a quel sentimento che fa divina l'anima così nelle grandi esultanze come nei grandi dolori. Allora, in quell'Italia così diversa dall'Italia presente, le due grandi forze, religione e patria, andavano unite, le due grandi forze senza le quali è vano sperare che la patria nostra ascenda a' suoi alti destini per le vie della sua ideal perfezione. Allora, nella penombra dorata del bel San Marco, il popolo veneziano accorreva a ringraziare e a pregar Iddio, dal quale solo viene il supremo conforto della speranza. Il vecchio tempio repubblicano significava in que' dì qualche cosa più che un simbolo religioso: esso non rappresentava soltanto la fede, ma la patria, e non pure la patria, ma la dignità di uomini liberi.
Un dì — il ricordo fiammeggiava a traverso l'ombra dei secoli morti — i guerrieri francesi crocesegnati s'erano raccolti sotto le navate della Basilica, la plus belle que soit, e Goffredo de Villehardouin, eroe e storico della santa impresa, implorando pietà per Gerusalemme, faite esclave des Turcs, chiedeva ai veneziani de venger la honte de Jésus-Christ. E i crociati si inginocchiarono, e da più di diecimila petti escì un grido di entusiasmo, e il doge Enrico Dandolo e i baroni francesi giurarono sulle loro spade di combattere per il trionfo della fede.
Dopo sei secoli lo stesso commovente spettacolo si rinnovava nella Basilica d'oro. Aveano anch'essi, i volontari italiani destinati a combattere gl'infedeli della libertà nelle pianure del Friuli, la tunica segnata della croce vermiglia, s'erano anch'essi, i nuovi crociati, raccolti in San Marco per veder benedette dal Patriarca le loro armi e le loro bandiere, prima di lasciare Venezia. E ad essi, il Tommaseo, apostolo e poeta della rivoluzione, rivolgeva il saluto entusiastico: «Sia sereno il valor vostro e tranquillo come stromento degno della imperturbata giustizia di Dio.»
Dio e la patria! E appaiono nella memoria sante figure di preti e di frati, ora angeli di carità presso i feriti e i morenti, ora incitanti alla pugna nel folto della mischia, ove più terribile minaccia la morte, sulle mura dei fortilizî lacere per gli assalti.
Tutto in quella sacra primavera di libertà, risplende come tra un baglior di leggenda. Così circonfusa da una luce vermiglia, che sembrò annunziatrice del dì del trionfo, appare dapprima la figura di Carlo Alberto.
Animo indeciso, che non trovava l'energia della risoluzione se non nel cimentare la vita al fuoco delle battaglie, coscienza squisita ma incompiuta, a lui si rivolgevano gl'italiani. L'amor della patria vinse le esitanze, e il carbonaro del '20, il reazionario del '21, raccolse gli sdegni e le speranze italiane.
E un re, a la morte nel pallor del viso