Il mattino del 22 marzo giunge a casa del Manin la notizia che gli operai dell'Arsenale avevano ucciso un colonnello ai servigi dell'Austria, detestato per l'acerbità dei modi e per la eccessiva durezza.

L'energia del concepire era nel Manin vinta dalla speditezza dell'esecuzione. Nel politico lampeggiava l'eroe.

S'alza egli impetuoso, e rivolto a suo figlio Giorgio quasi fanciullo:

— Vieni con me all'Arsenale — gli dice.

— A farvi ammazzare — ribatte inquieta la moglie.

— Anche, se occorresse — risponde freddamente il Manin.

E senza indugio corre all'Arsenale, seguito dalle guardie civiche; intima al contrammiraglio austriaco di rimettergli le chiavi, e al rifiuto, traendosi l'orologio di tasca, dice con energica calma:

— Vi accordo sette minuti di tempo a consegnarmi quelle chiavi. —

Il contrammiraglio cede, e l'Arsenale, potente arnese di guerra, dove si custodivano armi e munizioni in gran copia, e dove l'Austria avea tutto disposto e ordinato per bombardare la città, cade in potere del Manin.

Mentre questo avvocato creatore di rivoluzioni usciva dall'Arsenale, e con la spada sguainata salutava il gran leone scolpito sulla porta, gridando Viva San Marco, i governatori austriaci cedevano i loro poteri al Municipio.