Pepe conduceva tratto tratto i suoi soldati al paragone delle armi con gente usa alla guerra.

In tali combattimenti di lieve momento si addestravano le armi inesperte dei volontari, quando giungevano infauste notizie.

Carlo Alberto, sconfitto a Custoza, abbandonava senza difesa Milano, dove il Radetzky, il 6 agosto, rientrava con 30,000 uomini. Dopo tre giorni si firmava l'armistizio Salasco, per cui l'esercito e l'armata sarda abbandonavano al nemico anche Venezia.

Il popolo veneziano, guidato dal Sirtori e dal Mordini, scese allora tumultuante sulla piazza, al grido di Abbasso il governo regio, e ricorse al Manin, che parve ancora il genio custode della città.

A reggere il paese fu eletto un triumvirato dittatoriale: preside il Manin, il colonnello Cavedalis per provvedere all'esercito, il contrammiraglio Oraziani alla marina.

Il 27 ottobre 1848, con un impeto di prodezza eroica, le schiere guidate dal generale Pepe, rompevano dal lato di terraferma il cerchio di ferro serrato intorno alla sventurata città, e fugavano i nemici in quel fatto d'armi che s'intitola la Sortita di Mestre. In quella giornata Venezia aggiunse una solenne pagina di valore alla sua storia.

A Mestre si fecero oltre 500 prigionieri, si lasciarono sul campo 200 austriaci, si conquistarono 6 cannoni. Dei nostri 119 tra morti e feriti, ma nessun prigioniero.

Cadde ferito a morte Alessandro Poerio napoletano, poeta e soldato, una delle più nobili figure del risorgimento italiano. Gli amputarono una gamba e fu trasportato a Venezia a continuare la sua angosciosa agonia. Prima di spirare la grande anima, rivolto a coloro che il circondavano:

— Fine al pianto: celebrate i miei funerali con una vittoria sugli austriaci — disse, e reclinato il capo si addormentò in quel sogno di gloria.

La vittoria di Mestre fu veramente l'ultimo sogno di gloria per Venezia. Intorno alla infelice città si strinse più fiera la cintura di ferro e di fuoco.