Incominciava la penuria dei viveri: dileguava ogni speranza d'aiuto. Dalla Francia vaghe promesse: dall'Inghilterra consigli di desistere.

Nel febbraio del '49 prendeva la direzione del blocco il maresciallo Haynau, ferocissimo, che rinnovava a Venezia la leggendaria apostrofe di Attila.

Il Manin in quei terribili giorni provvedeva a tutto con la prudenza non mai scompagnata dall'energia, operava ratto e molteplice. Pensava alla difesa, tutelava l'ordine interno; con lettere piene di senno politico sollecitava l'aiuto delle nazioni amiche, e con la calda parola, col coraggio personale, con la mite franchezza imperava sulle intemperanze, sulle gelosie, sulle agitazioni.

Quella rivoluzione, non fu soltanto agitamento febbrile di popolo, ma rivendicazione di sacri diritti, ordinata da uomini, che non soltanto sapeano scrivere e parlare, ma dirigere onestamente e virilmente le cose politiche. Così che se io considero i creatori e i reggitori severi di sì forte governo, mi si presenta allo spirito la significazione che r antichità diede alla statua scolpita in Argo di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria. La quale statua, a dimostrare che valgono più le cose delle parole, rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo con compiacenza; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.[1]

Quando il Piemonte rompeva di nuovo la guerra all'Austria, rifiorirono ancora le speranze, presto troncate dalla sconfitta di Novara, che parve il presagio della ruina di Venezia.

Il 2 aprile 1849, la veneta assemblea si riuniva nella sala del Maggior Consiglio. Le figure colossali dei vecchi dogi e dei guerrieri della Repubblica, dipinte sulle pareti, parevano pronte a trar la spada per difenderla ancora.

I rappresentanti del popolo, sparsi a crocchi per la sala, parlavano a voce concitata, sommessa, quando entrava Daniele Manin.

Ei procedeva non baldanzoso, ma sicuro; grave ma pacato. Un ardore melanconico brillava negli occhi suoi fissi. La sua voce avea strane virtù, che comunicavano alla sua eloquenza una commozione profonda. Dopo aver detto della disfatta e dell'abdicazione di Carlo Alberto, parlò così:

— L'Assemblea vuol resistere al nemico? —

Tutti acclamando s'alzarono in piedi.