Fa bene all'anima il ricordare questi fatti, che potrebbero nell'avvenire ripetersi, e che ci danno un'idea di quanto possiamo sperare dalle Alpi organizzate a difesa.

Ma il precipitar della valanga era nel '48 fatale. Le discordie e la gelosia fra i generali Durando e Ferrari dell'esercito pontificio, la nessuna unità di concetti fra questi, la legione francese del generale Antonino, la brigata del Guidotti, che disperato corse incontro a certa morte, le forze del generale Alberto La Marmora (il quale ultimo agiva in nome del governo Veneto) fecero sì che la difesa del Brenta, affidata a 18,000 uomini, (corpi franchi, guardie civiche e volontari) non fosse, malgrado alcuni fatti isolati e di positivo valore, che una serie di errori militari. Così l'esercito di soccorso austriaco sotto il nuovo comandante Thurn (stante una malattia sopravvenuta al Nugent) passato con facilità l'Isonzo, il Tagliamento, la Piave, e sollecitato dal Radetzky, seguiva la sua marcia verso Verona, ed il 22 maggio, a San Bonifazio, riunivasi alle forze del Maresciallo.

XV. LE SUCCESSIVE OFFESE AUSTRIACHE.

Ottenuta la congiunzione delle proprie forze, il Radetzky eseguisce, a sua volta, quella manovra per linee interne che avrebbero dovuta eseguire ai suoi danni gl'italiani, se la loro condotta fosse stata guidata da una mente unica e militare.

Egli è ora nella possibilità di appoggiar sempre le spalle alle mura della turrita Verona, e con colpi vigorosi battere separatamente le tre masse che lo contornano, e cioè i piemontesi, tra Peschiera e Goito; i toscani sotto Mantova; i pontifici a Vicenza. È la lotta del cignale che sbuca dalla tana contro i veltri che l'hanno scovato.

Il generale Thurn ha la missione di battere i romani riguardati come la massa più debole: donde la prima battaglia di Vicenza (24 maggio) nella quale il generale Durando obbliga alla ritirata 20,000 austriaci.

Fu questa una vittoria insperata, che le solite diffidenze politiche resero sterile. Il Durando aveva il dovere di inseguire il nemico, e di penetrare nel quadrilatero, per congiungersi o coi toscani, o coi piemontesi, oppure, prendere il maresciallo Radetzky fra due fuochi. Cedette invece alle pressioni municipali, anzichè al volere di Carlo Alberto, e con ciò malamente provvide a se ed alla città che voleva difendere.

Ed ora vien la volta dei Toscani. Il 27 maggio Radetzky delude la vigilanza della cavalleria piemontese, e con 30,000 uomini, e 154 cannoni si dirige sopra Mantova, ove giunge il 28.

Seimila uomini, la maggior parte toscani, con uno squadrone di cavalleria e 8 pezzi, difendono la linea dell'Osone fra Curtatone e Montanara, località distanti fra di loro di circa mezz'ora di cammino.

Bastano queste cifre, e queste premesse, per comprendere che il disastro da parte nostra era inevitabile. La ritirata imponevasi, l'ordine per essa venne tardivo, quando venne non si volle eseguire, ed a noi non resta che rendere omaggio a quei forti campioni, che caddero sul campo di battaglia vinti dal numero, e dopo disperate difese. Di essi, i più non avevano dell'armi fatta una professione, eransi dati alla scienza ed all'arti geniali; moltissimi erano studenti, sorti appena alla vita, e son morti per lasciare a noi una patria libera e forte. Onoriamo l'altissimo valore! Se il loro sacrificio, nel momento in cui fu consumato, apparve una fallanza militare, immenso risultò il suo effetto morale: esso si ripercosse nel cuore della Toscana, e cementò più che mai il concetto unitario.