La protezione che Ferdinando II parea accordasse ne' primi anni del suo regno agli studi coincideva con un risveglio intellettuale molto notevole. Il giornalismo, fra il '30 e il '48, attirò non pochi uomini di valore; era un giornalismo letterario, ma politicamente ebbe per effetto di far nascere il bisogno di cose nuove. Memorabile soprattutto lo studio del marchese Basilio Puoti, da cui uscirono De Sanctis, Settembrini e quanto di meglio ebbe Napoli; il purista grande, che affezionava gli scolari alla purezza dell'idioma italico e rinverdiva i vecchi testi, lavorava senza sapere, forse senza volere, alla grande opera dell'unità.
Vi era dunque nel Regno, alla vigilia del 1848, un movimento delle idee; vi erano partiti immensi e vi era soprattutto quel fermento che precede i periodi di rivoluzioni.
Ma la tradizione infausta della rivoluzione precedente e gli esempi recenti spingevano gli uomini più dissennati o più entusiasti a tentare da soli o in pochi trasformazioni profonde: e facea credere al sovrano che ogni manifestazione fosse effetto di setta o di organizzazioni tenebrose. Da una parte dunque si credeva che pochi uomini soltanto potessero scuotere le masse; non il martirio nobilmente sopportato, non il lavoro lungo e paziente di educazione progressiva, non l'opera assidua di tutti i giorni, ma i colpi di fortuna improvvisi. Pochi decisi a tutto uscivano in campo: i più numerosi seguivano e gridavano. Si voleva trascinare il pubblico. Le voci eran così alte e numerose, lo scoppio così improvviso, che il Re cedeva. A sua volta il Re esagerava la potenza dei liberali: dieci persone unite, che scendevano in piazza a gridare, credeva rappresentassero setta interminabile e tenebrosa. La storia del '20 non è tutta in questi sospetti e in queste debolezze?
Ora, verso la fine del 1847, nel fermento costituzionale che era in tutta Europa e con l'agitazione socialistica già vivace in Francia, nel Regno delle Due Sicilie doveano ripercuotersi necessariamente i fatti di oltre Alpe.
Gli annunzi delle riforme di Toscana e di quelle concesse a Roma da Pio IX produssero agitazioni vivissime tra i liberali di ogni gradazione. La condotta del Re era stata tale in passato, che egli pareva più disposto a concedere che a reprimere.
Durante il novembre e il dicembre 1847 vi erano state agitazioni e dimostrazioni. Nelle piazze, e fino sotto il palazzo reale, si era gridato: Viva il Re! viva la costituzione! Il Re non avea mostrato di gradir molto applausi di questa natura, e la polizia avea disperso i dimostranti e arrestato i più accesi tra essi.
La Sicilia, in cui già l'avversione per i napoletani più che per la monarchia borbonica era grande e in cui la tradizione e lo spirito separatista erano vivissimi, si agitava a sua volta ben più gravemente.
I moti di Sicilia, cominciati il 27 novembre con le dimostrazioni del teatro Carolino, al grido di: «viva Ferdinando II! viva Pio IX!» assunsero presto carattere diverso.
Si cominciò col chiedere alcune riforme amministrative: poi si chiesero modificazioni profonde nell'ordinamento amministrativo. La libertà non era la vera causa: quest'ultima bisognava trovare soltanto nel desiderio di ottenere con minacce di rivolte una completa divisione da Napoli. Infatti il movimento divenne presto separatista, e si volle che non altra unione vi fosse con Napoli che una unione personale: il Re comune e niente altro.
Come il movimento si allargava non solo si vollero le riforme, ma si vollero a scadenza fissa, quasi con un ultimatum: il Re doveva darle entro il 12 gennaio. Il Comitato di Palermo mandò emissari dovunque: si parlava d'indipendenza, più che di libertà. Il Re, per prudenza o per timore, mentre si decise a reprimere l'insurrezione, il 16 gennaio concesse in gran parte ciò che la Sicilia chiedeva: si disse che era troppo tardi, e l'insurrezione divampò.