Prima di tutto fra le varie classi sociali — tranne forse nel popolo, devoto alla monarchia per antica tradizione monarchica e sopra tutto per avversione da prima ai baroni e poi alle classi medie e ricche — era uno scontento grande; un lievito che facea temere fermentazioni.
L'aristocrazia, diminuita costantemente da sessant'anni per opera dei re, guardava sospettosa. Il re Ferdinando con assai larghezza d'intenti avea chiamato alle cariche più importanti individui che non vantavano grandi casati, anzi nati umilmente. Era stato uno scandalo, n'era offesa soprattutto l'aristocrazia siciliana, così tracotante, così superba, così piena della sua grandezza e del suo passato.
Le classi medie, incitate dagli esempi di Francia, aspiravano a conquiste maggiori. La borghesia, come ho detto altre volte, non sorgeva nel Mezzogiorno dal traffico e dalla industria: ma dal commercio del denaro, dall'intermediarismo agrario e dalle professioni liberali e principalmente dall'avvocatura temuta e potente. Vi era numerosa turba d'impiegati; e sopra tutto di persone in cerca d'impieghi. Nel 1820 e nel 1848 i maggiori errori furon dovuti al grandissimo numero di aspiranti a impieghi, che si unì prima a coloro che volevano mutamenti politici e imposero la costituzione; e poi, non potendo esser contentati se non in poca parte, furono, con i loro eccessi, la causa maggiore della reazione assolutista diventata più che necessaria, inevitabile.
Non erano i partiti che mancavano nel regno.
Alla vigilia del 1848 fra le classi medie del reame vi erano anzi partiti politici numerosi, e numerose erano anche le gradazioni di ciascun partito.
Il partito di governo, il partito che raccoglieva le maggiori forze, era quello che volea la monarchia assoluta pura: el rey neto, come dicono gli spagnuoli. I fatti del '20 avean lasciato nei più ricchi e nei più desiderosi di pace un triste ricordo. Meno per convinzione politica, che per ignoranza della vita pubblica e per tradizione, i benestanti più ricchi vi aderivano: e vi aderivano anche coloro che per la loro situazione avean più facili e più sicure le carriere. Questo partito, così detto austro-spagnuolo o assolutista, perchè i suoi istinti e le sue tendenze lo spingevano appunto verso l'Austria e verso la Spagna, aveva avuto per leader il principe di Canosa da prima, il marchese Del Carretto da poi. Si componeva nella maggior parte di nobili, dell'elemento militarista e del clero ricco. Non solo odiava ogni riforma, ma trovava troppo liberale la politica del Re, e volea dighe maggiori a tutte le aspirazioni unitarie e liberali. Per sua natura stessa devoto alla monarchia, non osava discuterne gli atti: ma aspirava a esercitare un'azione più larga. Aderiva a questo partito e n'era l'anima la così detta camarilla, un partito formatosi tra i bassi fondi di Corte e inviso anche alla parte più moderata per il suo spirito d'intrigo. Non tutti però coloro che del partito austro-spagnuolo facean parte erano assolutisti. Alcuni solo per odio al murattismo e a ogni intervento straniero, preferivano una monarchia assoluta e napoletana.
I murattisti costituivano a lor volta un partito numeroso. Gioacchino Murat, francese, era stato re di Napoli quasi per un decennio; e benchè l'Almanacco reale del Regno delle Due Sicilie, pubblicato per cura della Corte di Napoli non lo mettesse più tardi nemmeno nella serie cronologica dei Re di Napoli e Sicilia, considerandolo come un usurpatore, avea lasciato ricordo di sè. Era stato troppo poco per determinare odii profondi: ma avea pubblicato molte leggi buone e cattive, e avea combattuto bene a capo di schiere napoletane. Era bello, forte, arditissimo; forse un po' ciarlatanesco. Ma ciò non gli noceva in alcun modo. La leggenda di Napoleone, rimasta vivissima nel Regno, ripetuta, ingrandita, dava prestigio alla tradizione murattiana. In Francia con Napoleone III la fortuna di casa Bonaparte risaliva; parea naturale che anche a Napoli dovesse risalire. In alcuni la fede nella italianità era scarsa, anzi mancava addirittura il sentimento; altri credeva che fosse più facile per le riforme legare la politica di Napoli a quella di Francia. Fra i murattisti vi erano due fra le personalità più spiccate del reame: il generale Filangieri, che rappresentava tendenze militari, favorevoli a un assolutismo temperato e l'avvocato Bozzelli ch'era fra i desiderosi di costituzione liberale e che fu parte grandissima nei fatti del 1848.
Ma questa soggezione allo straniero, anche negli ordinamenti liberali, questo invocare principe straniero e leggi straniere anche per causa di libertà, offendeva molti. Il senso d'italianità si era venuto formando: anzi si può dire che i moti del 1848 ebbero in generale più tendenza unitaria che liberale, a differenza di quelli del '20, che furono esclusivamente costituzionali. Gli scritti di Gioberti, di Balbo, di D'Azeglio, soprattutto l'opera di Mazzini, infiammavano le menti. Si ebbero monarchici, federalisti, repubblicani: ma il nome d'Italia era ripetuto da tutti.
E vi erano ancora altri partiti e gradazioni infinite dei partiti maggiori.
Era però male grandissimo che il movimento costituzionale e riformista fosse composto di elementi che speravan solo da passioni e da interventi esterni; e che la monarchia o il partito austro-spagnuolo, rimanessero soli a difendere, insieme con la indipendenza del reame, anche la tradizione napoletana. Due fatti derivarono da ciò: da una parte l'avversione della monarchia napoletana a ogni riforma, e dall'altra, quando la unità fu realizzata, una debole partecipazione dei napoletani nei benefizi del nuovo ordine di cose e di tutta la funzione di governo.