Pochi principi italiani fecero fra il '30 e il '48 il bene che egli fece. Mandò via dalla Corte una turba infinita di parassiti e d'intriganti; richiamò i generali migliori, anche di parte liberale, e licenziò gl'inetti; ordinò le leve militari; fece costruire, primo in Italia, una strada ferrata; istituì il telegrafo: fece sorgere molte industrie, sopra tutto quelle di rifornimento dell'esercito, che era numerosissimo; ridusse notevolmente la lista civile; mitigò le imposte più gravi. Giovane, forte, scaltro, volea fare da sè, ed era di un'attività maravigliosa. Educato da preti e cattolicissimo egli stesso, osò con grande ammirazione degli intelletti più liberi resistere alle pretese del papato e abolire antichi usi, umilianti per la monarchia napoletana.
Non coraggioso e non nato alle armi, avea compreso che il Regno di Napoli avrebbe avuta una grande importanza nella penisola se avesse avuto un solido potente esercito; e le truppe che avea trovato corrotte e demoralizzate avea cercato di risollevare e avea portato con grandi sacrifizi l'esercito stanziale a una cifra proporzionalmente molto superiore all'esercito attuale del Regno d'Italia.
Avea molti pregiudizi del tempo suo e del suo ambiente; era sopra tutto troppo napoletano; ma avea anche molto desiderio di fare.
È passato alla storia come Re Bomba e non si ricordano di lui che il tradimento della costituzione, le persecuzioni dei liberali, le repressioni di Sicilia e le terribili lettere di Gladstone.
Abbiamo troppo presto dimenticato che, durante quasi due terzi del suo regno, i liberali stessi lo chiamarono Tito e lo lodarono e lo esaltarono per le sue virtù e per il desiderio suo di riforme. Abbiamo troppo presto dimenticato il sollievo che le sue riforme finanziarie produssero nel popolo, e l'ardimento che egli dimostrò nel sopprimere i vecchi abusi.
Io sarei molto imbarazzato se dovessi paragonarlo a qualcuno. Questo re, morto non ancora cinquantenne, ha riempito di sè l'Europa: era un misto strano di avvedutezza e di paura. Avea tutta la volgarità e le finezze del popolo minuto: avea tutte le debolezze della grande maggioranza dei suoi sudditi, cui anzi soverchiava nel desiderio di riforme reali in favore del popolo. Misto di superstizione, di scaltrezza e di intelligenza; bonario, desideroso di assicurare al popolo una vita migliore. Era così poco nato per esser crudele, che quando dovè esserlo fu assai male: e le sue crudeltà furono esagerate e occuparono la stampa europea.
Quando vi furono rivolte contro la monarchia e perfino cospirazioni di soldati per ucciderlo, Ferdinando non usò alcuna ferocia: nessuno fino al 1848 fu condannato a morte per aver messo in pericolo il Re e la monarchia. Anche i poeti non cesarei esaltavano chi il gaudio del perdonar provò.
Da Carlo V in poi, se si faccia eccezione del regno di Carlo III, è impossibile trovare nella storia napoletana un periodo di più utili riforme, di maggior quiete e di maggior libertà di quello tra il 1830 e il 1848. In tutta l'opera di Ferdinando si nota un avviamento progressivo verso un regime più largo. Non era la costituzione liberale che egli sognava: ma un regime autoritario temperato da una serie di riforme. Non avea vedute larghe; ma nemmeno era cieco di mente, sì come han detto i suoi denigratori.
Ma le condizioni del regno delle Due Sicilie e il lievito che la rivoluzione del '20 avea lasciato e le difficoltà nuove che sorgevano per la influenza dei vari partiti e dei vari interessi rendevano non facile la funzione di governo, soprattutto non facile l'opera di riforme progressive voluta dal Re.