Durante la dinastia borbonica la sola rivoluzione di Napoli che lasciò tracce durevoli e in cui vi fu il martirio dei migliori e dei più degni, fu quella del 1799: essa fu la condanna della monarchia borbonica; la vera, la terribile accusa che pesò sempre su Ferdinando IV e sui suoi successori.
Il 1820 avea lasciato due dolorose eredità, due idee non ancora scomparse del tutto.
La prima idea, comune alla monarchia e alle classi medie, che il regime politico potesse e dovesse esser mutato non per modificazioni progressive, ma quasi di assalto. Due sottotenenti e un prete aveano infatti nel 1820, per opera e con l'aiuto di una setta, determinato, sia pure fuggevolmente, un mutamento di regime.
Dal 1820 al 1848 appare dovunque l'idea che si deva operare di sorpresa, che pochi uomini di buona volontà bastino a tutto. La massa era indifferente: che importa? Le classi medie non aveano nessuna preparazione: ma era necessario che l'avessero?
I travisamenti della leggenda napoleonica faceano credere che un uomo solo potesse bastare a ogni cosa. Un patriota calabrese, che nei fasti del '48 ebbe gran parte, vedendo passare dei reggimenti della guardia reale, diceva al Settembrini che si sarebbe sentito con centomila baionette di fare più che Napoleone.
Fra il 1830 e il 1848 questo stato di animo determinò dovunque piccoli tentativi di rivolta. Ve ne furono in Sicilia, in Abruzzo, perfino alle porte di Napoli, nei Principati. Due o tre famiglie perseguitate o insofferenti, o che aveano antichi rancori, bastavano qualche volta a determinare rivolte locali.
In alcuni paesi si giunse a proclamare il regime costituzionale, a cantare il Te Deum in Chiesa; qualche volta si dichiarò perfino decaduto il Re.
Data la mancanza delle strade e l'insufficienza dei funzionari nelle province (accorrevano il più che si potesse nella capitale, che era la sola grande città del Regno nel continente), la monarchia borbonica avea in ogni paese una o più famiglie ricche o potenti, cui concedeva la sua protezione: in un piccolo centro rurale il potere era bilanciato tra il parroco e la famiglia più ricca. Era dunque esercitato assai spesso molto male e con la tracotante e volgare arroganza così comune alle famiglie ricche nei piccoli centri. La causa dei movimenti carbonari o settari spesso va cercata meno nell'odio per la monarchia che negli odii locali, nella prepotenza di qualche famiglia ricca (ricco volea dir spesso solo meno povero degli altri) che senza la nobiltà e la grandezza avea i pregiudizi e le idee di dominio dei vecchi feudatari.
La seconda idea, non meno dannosa della prima e che non è ancora scomparsa nè a Napoli nè nel resto della penisola, è che si possa ottener tutto dallo Stato in tempi di rivolgimenti. La burocrazia già numerosissima, assorbiva in ogni rivolgimento un certo numero di elementi nuovi. Quando prevalevano i liberali, come quando prevaleva l'assolutismo, vi era sempre lo stesso numero di persone in cerca d'impieghi. Anzi il Re dava per grazia e poteva quindi negare; ma i liberali che avean bisogno di suffragio e di aiuto, parea che non potessero e che non dovessero.
Ferdinando II, fra il '30 e il '48, cioè per diciotto anni, avea dato prova di molta mitezza e di molto accorgimento. Succedendo a un padre inetto e dopo periodi tristissimi per la vita della monarchia e del paese, avea trovato molto da fare, soprattutto moltissimo da disfare. E all'opera benefica di restaurazione si era accinto con ardore.