Il sapere all'ergastolo o nell'esilio, tormentati o profughi, i più alti intelletti d'Italia, una schiera illustre quale nessun paese d'Italia ebbe: Poerio, Settembrini, Scialoja, Pisanelli, De Sanctis, Mancini, Spaventa, Ciccone, De Meis, e tanti altri degnissimi era ragione continua di agitazione. Questa schiera illustre, o soffrendo nell'ergastolo, o nell'esilio combattendo nel giornalismo e dalle cattedre, eccitava le menti e l'autorità dei loro nomi, pareva ed era garanzia della causa.

Fra il 1849 e il 1860 si può dire che l'agitazione sia stata fatta esclusivamente dai meridionali. Il giornalismo inglese non si occupava che del Regno di Napoli, che Gladstone avea visitato e in cui i processi clamorosi nei quali si battevano più per la causa italiana che per sè stessi uomini insigni, assumevano proporzioni di avvenimenti.

Le colpe del Re erano esagerate, e quelle dei liberali dimenticate: ma l'esagerazione e l'oblio sono due mezzi di lotta antichi e servivano anch'essi alla causa.

Solo, a mezzo secolo di distanza, noi abbiamo il dovere di una maggiore giustizia e non possiamo più attribuire a una dinastia, a un uomo le responsabilità di tutto un paese.

Noi abbiamo ancora, anzi più che mai, il difetto di voler trovare nella storia dei tipi: cioè uomini che hanno rappresentato in bene o in male un'epoca. Quando giudichiamo il passato non amiamo i chiaroscuri, non amiamo la storia della folla.

Il '48 in Italia ci pare raffigurato da Carlo Alberto, da Mazzini, da Garibaldi, da Ferdinando II, da Pio IX, da Pellegrino Rossi, dalla schiera illustre dei perseguitati di Napoli.

Eppure noi intenderemo il '48 solo quando seguiremo il processo inverso, quando lasceremo di parlare di alcuni individui e scenderemo in basso e studieremo le passioni e i bisogni che agitavano le folle. Solo allora ci spiegheremo la diversa condotta di alcuni uomini, la incapacità di altri: solo allora vedremo con ampiezza e giudicheremo con serenità.

LA SICILIA E LA RIVOLUZIONE

CONFERENZA
DI
FRANCESCO CRISPI.

Spezzata, per un moto violento della natura, dal continente europeo — a pochi passi dall'Africa — siede, cinta dalle acque, la Sicilia nostra. La sua singolare struttura, i suoi confini eterni, la sua storia ne formano un corpo superbamente autonomo; ed essa avrebbe avuto gli elementi per reggersi indipendente e sicura, se la sua feracità e la sua bellezza non avessero risvegliato gli appetiti dello straniero. Da ciò la credenza popolare che là l'orbe abbia principio e fine, sicchè il poeta cantò: