La monarchia normanna precedette tutte quelle che più tardi si fondarono sul continente italiano. Essa estendeva il suo impero nella penisola — e mirava più lungi; tanto vero, che Ruggiero, in parecchi diplomi suoi, s'intitolava re d'Italia.
Il nuovo principato fu costituito in tutta la pienezza della sua autorità. Il re, capo dello Stato, nessuno emulo suo, principe nazionale o straniero che fosse.
O di mala voglia, siccome talora parve indicare la curia vaticana, o, com'è più logico, a premio della vittoria sul patriarcato bizantino, Urbano secondo cedette a Ruggiero, per sè ed i suoi successori in perpetuo, la legazione apostolica. Quindi il re istituiva diocesi, nominava vescovi ed abati, esercitava con sovrana potestà giurisdizione e polizia nella chiesa.
Questa unità nel potere, questa armonia nell'esercizio delle funzioni regie, corroborarono la forza del principato. Sino ai giorni nostri il clero nell'isola fu regio e non papalino. Nelle cospirazioni, e sulle barricate, al 1848 ed al 1860, avemmo compagni preti e frati. Il clero papalino cominciò a fiorire dopo la legge del 13 maggio 1871. Questi ricordi possono essere un ammonimento ai moderni uomini di Stato.
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La Santa Sede non concedette mai riposo ai re di Sicilia. Dai primi dubbii sulla interpretazione della bolla di Urbano, che condussero al trattato di Benevento del 1156, alle inimicizie palesi sotto Federigo lo Svevo, alle iniquità di Innocenzo III, è tutta una odissea più che secolare di triboli e di persecuzioni.
Per colmo di misura, salirono l'un dopo l'altro, sul trono di Pietro, pontefici francesi nei quali le ambizioni e le insidiose abitudini della Curia non erano temperate da sentimento di patria. Avevano le teorie di Ildebrando senza la grandezza del principe.
Dovrò io ricordare che Urbano IV esibì il regno di Sicilia al migliore offerente? Che lo concedette in feudo a Carlo d'Angiò? Dovrò ricordare la pietosa fine di Manfredi innanzi Benevento? E quella, dopo Tagliacozzo, di Corradino? E i sedici anni di infame, invereconda tirannide che ne seguirono? E l'epica, la fulminea ribellione del Vespro? O non è forse la guerra dei trent'anni sufficiente documento della fibra leonina del popolo siciliano, abbeverata nel proprio sangue, temprata ne' proprii dolori, inaccessibile a seduzioni, a corruzioni, a lusinghe?
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Singolare a notarsi: dal 1078 al 1860 in Sicilia ebbero vita nove dinastie; molte di esse furono detestate, nessuna riuscì a metter salda radice nell'isola.... eppure il popolo fu mai sempre monarchico. Delle rare proclamazioni repubblicane fu causa l'assenza temporanea del principe: ma il governo del demo disparve, per mancanza di seguaci serii e convinti, senza rammarico — e mancò sempre forza e coesione di partigiani per restaurarlo, in più che quaranta rivoluzioni!