Esempio insuperato di virtù — se virtù è la pazienza dei popoli — i Siciliani insorsero spesso contro gli uomini, non mai contro il regime. Così, indignati per la sfacciata corruzione dei pubblici funzionarii, feriti dalle nuove imposte cinicamente meditate dal Parlamento, ansiosi di un più mite governo — i palermitani insorgevano. E davano inizio alla sommossa, portando in trionfo il ritratto del re.

Al 1547 il plebeo Alesi, superbo delle sue vittorie sui nobili e sui funzionarii dello Stato, respingeva i consigli di democrazia e voleva monarchicamente governare; ed il notaio Vairo, che, nel movimento dell'anno stesso non potè far valere le sue idee di repubblica, fu insieme ai suoi compagni, strozzato dal boia.

La stessa sorte toccò ad Ignazio Volturo nel 1704, e nel 1795 a Francesco Paolo de Blasi e ad altri suoi compagni.

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La monarchia siciliana surse con forme parlamentari. La sua costituzione risentì dei tempi e degli uomini che la formarono.

Nei primordii, il Parlamento si riuniva in unica assemblea, nella quale intervenivano i prelati, i baroni ed i sindaci delle città libere. Sotto gli Spagnuoli l'assemblea fu ripartita in tre: il braccio militare, l'ecclesiastico ed il demaniale.

E fu male, imperocchè bastava che i due bracci aristocratici si accordassero contro la parte popolare, per imporre la legge.

L'autorità del Parlamento diminuì sempre sotto il dominio straniero. Si convocava soltanto quando il re avea bisogno di sussidii, e la rappresentanza nazionale si limitava a reclamare dal principe i provvedimenti pei pubblici servizii sotto l'umiliante titolo di grazie.

Scoppiata la grande rivoluzione francese, i Borboni furono espulsi da Napoli e trovarono asilo in Sicilia, sotto la tutela dell'armata britannica. La sventura non fu loro di lezione; anzi, abusando della loro autorità, relegarono in un'isola parecchi Pari del Regno, i quali avevano protestato contro il re violatore della costituzione.

La Corte, minacciata dal ministero inglese che voleva la pace nell'isola, venne a migliori consigli. Il re nominò a suo vicario il principe reale e si ritirò in campagna, e la regina, che era considerata provocatrice precipua delle violenze, partì per Vienna.