Chi grida per le vie: viva Pio IX,
Vuol dir: viva la patria ed il perdono!
La patria ed il pardon vogliono dire
Che per l'Italia si deve morire...;
espressione schietta d'un sottinteso, che sfuggì allora a Pio IX al pari che a tutti gli altri, siccome sfuggì allora a tutti, per esempio, che mentre il 16 luglio 1846 era concessa l'amnistia ai condannati politici, il 18 del mese stesso si concedevano premi e decorazioni ai benemeriti, i quali avevano represso il moto liberale di Rimini del 1845.
Pio IX non s'accorse, che l'amnistia volea dire guerra all'Austria e indipendenza italiana, e niun altro s'accorse del pari, che fra quei premi, quelle decorazioni e l'amnistia era un'antitesi così balorda, da escludere persino il sospetto che fosse stata voluta. Un solo storico, e fra i meno noti, registrò questo fatterello, Benedetto Grandoni, un moderato e fanatico di Pio IX, ma fratello a quel Luigi Grandoni, ardente repubblicano e suicidatosi in carcere, perchè sospettato correo nell'assassinio di Pellegrino Rossi; contrasto intimo di famiglia codesto, da poter esso pure sembrare fortuito e insignificante, se non rappresentasse in piccolo quel ben più largo, vario ed universale contrasto, in cui moderati, repubblicani, riforme, costituzioni, costituenti, popoli, principi, insurrezioni, guerre, monarchie, repubbliche, tutto il gran moto nazionale, iniziato da Pio IX, fu travolto e precipitato in una sola, identica ed immensa ruina.
Parecchi mesi erano passati dall'amnistia, e le buone intenzioni del nuovo Papa erano rimaste intenzioni: Segretario di Stato il cardinal Gizzi, perchè Massimo d'Azeglio l'avea pubblicamente giudicato uno dei meno peggio fra i cardinali, qualche circolare, qualche Commissione (i soliti armeggii di chi non sa che pesci pigliare), ma di vere riforme neppure un principio.
Nonostante il popolo non si saziava di adorare Pio IX e d'incitarlo con le continue manifestazioni del suo entusiasmo e delle sue speranze, fra le quali, oltre alle solite d'ogni sera, sono rimaste celebri quella dell'8 settembre col grand'arco di trionfo a piazza del Popolo e il delirio di grida e di applausi, che accompagnò il trionfatore, e quella del 4 novembre, in cui gli applausi e le grida furono invece tanto minori, appunto per ammonire il Papa, che era finalmente tempo di muoversi.
Si mosse di fatto: accrebbe il numero dei laici nella Commissione per la riforma dei codici; fra gli altri il Silvani, un rivoluzionario del 31; pensò a frenare il vagabondaggio; promise le ferrovie: bazzecole, se si vuole, ma il popolo e il suo tribuno, Ciceruacchio, non dovevano stentar molto a concluderne, che il loro schiamazzo o il loro silenzio entravano dunque per molto nelle risoluzioni del Papa, le cui esitanze avevano, si diceva, due cause segrete: gli ammonimenti dell'Austria e l'opposizione della Corte e della Curia Romana.
Altri pretende che egli stesso repugnasse ad andar oltre. Non credo! L'idillio è vero e schietto ancora da ambe le parti: nel popolo, che chiede, nel principe, che concede. Ma il popolo è ombroso, geloso del suo idolo, e l'11 novembre al banchetto del teatro Alibert, Ciceruacchio, fra gli osanna a Pio IX, fa già vedere nel suo rude linguaggio qualche baleno di minaccia: