Se alcun, corpo di Dio, de' rei nemici
Fa un passo avanti.... noi già semo intesi!
E l'anno 1846 finisce con due fatti, che mirano essi pure a schiarire la mistica nebbia, in cui l'idillio papale è ancora tutto ravvolto: la celebrazione del primo centenario della cacciata degli Austriaci da Genova e l'eco dolorosa della morte di Federico Confalonieri, il martire dello Spielberg, accaduta mentre tornava in Italia, attratto appunto da questo miracoloso chiarore di alba, che era spuntato sulla cupola di San Pietro.
A capo d'anno del 1847 nuovi e sviscerati applausi ed augurii a Pio IX, di cui gli ottimisti presagivano sempre mirabilia, senza che mai l'effetto rispondesse, onde un acuto osservatore, Pellegrino Rossi, che, quantunque Ministro di Francia a Roma da quasi due anni, considerava nondimeno quanto accadeva sotto i suoi occhi con vero cuore d'italiano, se in sulle prime s'era sentito vinto e rapito esso pure da tutto quel nuovo spettacolo e descrivendo al Guizot le dimostrazioni popolari per l'amnistia diceva: «immagini una magnifica piazza, una notte d'estate, il cielo di Roma, una folla immensa, lagrimante, commossa, che riceve con amore e rispetto la benedizione del suo pastore e del suo principe, ed Ella non sarà stupita se aggiungo d'aver partecipato all'emozione generale,» Pellegrino Rossi, dinanzi alla lunga inazione di Pio IX, scriveva ora invece allo stesso Guizot: «questo non è un ideale di governo, bensì un governo allo stato d'idea.»
E intanto la marea popolare pian piano saliva e salendo si ordinava: uscivano giornali; si aprivano circoli; le provincie fraternizzavano colla capitale; mentre da parte del Papa il 19 aprile si concedeva a mala pena una Consulta di Stato, estremo limite di riforme per lui in quel momento, principio invece di ben più larghe riforme per tutti gli altri; principio insomma d'un equivoco ancora latente, ma che al Rossi pareva non dover tardar molto a chiarirsi, sicchè osservando quelle continue dimostrazioni popolari, dal genio tribunizio di Ciceruacchio improntate già quasi di un carattere di disciplina e di simmetria militare, a chi si compiaceva di quel bell'ordine: «fin troppo bello, rispondeva, perchè rassomiglia già ad un'organizzazione!» E per un dottrinario alla Guizot, come molti lo giudicano, vedea abbastanza bene, mi sembra, la realtà sotto le apparenze!
La debolezza del governo si palesava poi ogni giorno di più colla mancanza ovunque di sicurezza pubblica e con brutti torbidi in Roma fra una classe e l'altra d'operai o fra plebe ed ebrei, con forte sospetto, che fossero sobillati da austriacanti e gregoriani. Ed ecco domandarsi a difesa la Guardia Civica, istituzione, che noi abbiamo vista divenir ridicola e poi a poco a poco svanire, ma che allora era importantissima, uno anzi degli articoli di fede del Credo liberale.
Non volle saperne il cardinal Gizzi e si dimise. Tutt'al più avrebbe consentito a rifare i Centurioni alla Bernetti. Che cime d'intelligenze anche allora fra certe aquile del Sacro Collegio!! Ma quella del Gizzi era essa una dimissione od una fuga?
Siamo alla vigilia del primo anniversario dell'amnistia, ed il popolo, si può credere, s'apparecchiava a festeggiarlo più che mai. Ad un tratto, che è? che non è?... voci paurose si diffondono che l'Austria, d'accordo coi cardinali più avversi a Pio IX, coi Gesuiti e coi retrivi, trama di suscitare gravi disordini nell'Italia centrale per pescarvi un pretesto d'intervento e farla finita subito con tutto questo tramestìo riformista, che le puzza forte di rivoluzionario; i peggiori arnesi della vecchia polizia pontificia sbucano dal guscio delle loro paure e si mostrano di nuovo per Roma baldanzosi, insolenti; essere accorsi, dicevasi, briganti e borghigiani di Faenza, avanzi di sanfedismo, pronti al sangue e al saccheggio; monsignor Grassellini, governatore di Roma, di balla con essi; non altro aspettarsi che l'opportunità di agire.
Ciceruacchio ne è informato; fa sospendere e rimandare tutte le feste già preparate; raduna i suoi seguaci più fidi; rincorre i sanfedisti; alcuni arresta, altri sbanda, altri costringe alla fuga; mette insomma il campo a rumore; ottiene un armamento provvisorio della Guardia Civica; fa destituire ed esiliare il Grassellini; s'incomincia un processo, la trama è sventata, ed il Gioberti può senz'altro paragonare Ciceruacchio a Cicerone, quando salvò Roma dalla congiura di Catilina.
Tuttociò era avvenuto a vista ed a saputa di tutti; un proclama del nuovo Governatore di Roma l'aveva ufficialmente confermato. Eppure, lo credereste? Questa, che si chiamò allora la gran congiura di Roma è da moltissimi scrittori negata; da altri tenuta in conto d'una fantasmagoria insignificante, che solo l'immaginazione popolare ingrossò, da altri infine è mutata addirittura in una cospirazione dei liberali contro i retrogradi.