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Ma l'opera nostra non poteva arrestarsi qui: a maggiori altezze essa intendeva.
Certamente, coll'affrancazione delle provincie meridionali della penisola noi avevamo elevato la parte maggiore del grande edifizio. Un anno innanzi ci era stato dato l'esempio dalla Toscana, prima a rinunziare alla sua antica autonomia; quindi l'Emilia, che dal 1820 in poi aveva tentato più volte di far sventolare nelle ubertose sue pianure la bandiera dell'unità nazionale.
Dopo ciò il dominio dell'Austria non era più duraturo; e cadde anch'esso per necessità di tempi. Lo seguì nel precipizio il potere temporale dei papi, il quale, non più reggendosi per forza propria, seguì la sorte del suo protettore.
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Così fu sciolto il gran problema; ma non dobbiamo arrestarci nella missione che l'Italia ha assunto, elevando il suo trono in Campidoglio.
L'unità, per l'Italia, è garanzia d'indipendenza di fronte allo straniero. E perchè essa sia, bisogna che tutto il territorio nazionale sia emancipato dallo straniero. È debole la nazione cui manca il possesso delle frontiere segnate dalla natura; è debole la nazione, lungo le coste della quale si àncorano flotte straniere, continua minaccia alla volontà nazionale.
Ma l'unità non è tutto, e perchè l'indipendenza sia vera e sostanziale, è necessaria la libertà.
Un principe che non ha per sè tutte le forze d'un paese, è forte a metà. Uno Stato il cui popolo non sente la dignità dei proprii diritti, è debole ed esposto alle invasioni di chiunque voglia dominarlo.
Ai bizantini non mancavano le frontiere, bensì la fede che scaturisce, come limpido zampillo, dalla libertà. I francesi nel 1815 avevano al Reno i confini che oggi loro mancano, e furono vinti a Waterloo per sola stanchezza di schiavitù.