Intanto i partiti estremi rossi e neri, d'accordo sempre nel distruggere, avevano messo sottosopra anche Roma; e ucciso il Rossi, e minacciato il Vaticano, avean costretto il Papa a fuggire. Caduto in Toscana anche il ministero Capponi, il Montanelli e il Guerrazzi eran riusciti ad afferrare il potere. Le due Costituenti, la Costituente federativa dei trattati, piemontese, toscano e romano, che doveva risedere in Roma ed esser la personificazione vivente dell'Italia, e la Costituente legislativa sopra l'ordinamento interno di ciascuno Stato, costituivano il programma del nuovo Ministero democratico: concetto questo, cui prima aderì, poi respinse il Gioberti, allora presidente del Ministero Piemontese; concetto che più tardi doveva sollevare gli scrupoli di Leopoldo e indurlo ad abbandonare la Toscana. Sciolta la Camera dei Deputati, o Consiglio Generale, come allora chiamavasi, e riconvocati i Collegi elettorali, il Governo democratico nel dubbio di non aver favorevole il giudizio popolare, avea lasciato che in Firenze, in Pisa e in altre parti del Granducato il giorno delle elezioni si tumultuasse, si spezzassero le urne e fossero messi in fuga gli elettori dalla plebaglia eccitata. In sì triste modo si chiudeva il 1848, quell'anno di tante speranze, di tante prove, di tante sciagure.

Il risorgimento italiano, cui l'elezione di Giovanni Mastai a Pontefice aveva dato come il suggello della giustizia divina, si era arrestato, ma non per sempre. Se al principio del 1848 era esso una fede nella coscienza del popolo, al cader di quell'anno fortunoso non era per altro che un debole ricordo di un sogno svanito. La speranza, non che spenta, era resa anzi più viva per l'ammaestramento che ci veniva dagli errori commessi.

Se il 1848 aveva strappato dalle nostre mani inesperte le sorti della patria, le vegliava un destino benevolo. Gli errori del popolo le avevano compromesse, gli errori del principato dovevano prepararne la grande riscossa. Se Pio IX, se Leopoldo di Lorena si involavano, e con ragione, alla tirannia della piazza, era il fato benevolo dell'Italia, che doveva spingerli a rifugiarsi presso il Borbone sotto le ali tristamente tutelari dell'Aquila austriaca. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva nella tenebrosa fucina di Gaeta far preparare la violazione dei patti giurati, e la chiamata delle armi straniere sopra i popoli ancor fedeli della Toscana. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva offrire a noi medesimi, che avevamo errato, l'occasione della riscossa. Era il fato benevolo dell'Italia, che invece di un Papa, liberale senza saperlo, doveva darci in Vittorio Emanuele un Re Galantuomo, e far dello Statuto Sabaudo il gran faro cui potessero rivolgersi tutti i cuori e tutte le menti degli italiani. Era il fato benevolo dell'Italia, che doveva con gli errori del Granduca ravvivare il sentimento dell'unità nazionale, sopito ma non spento, nel popolo toscano, e dare a questo la fermezza di volontà e la temperanza di modi, che più tardi lo avrebbe fatto appellare un popolo di diplomatici, che sotto la guida salda e robusta del Ricasoli, avrebbe potuto render vani i patti di Villafranca, i suggerimenti amichevoli, gli autorevoli consigli delle potenze straniere, e, spezzando la propria corona, dare il primo e il più forte cemento all'unità della patria!

Il vaticinio del poeta toscano si avverò: furono lacerate all'Italia

Le molteplici bende

Onde gelida a lei correa la vita.

Il generoso disegno fu opera grande e fortunatamente compiuta.

Dopo lungo servaggio alzata a regno

l'Italia fu libera, fu indipendente, fu una. Possa la mente del popolo non ricadere sotto il fàscino di coloro, i quali, negando persino il sublime affetto di patria, non aborrono dal gridar viva ai nemici di lei, di coloro che saranno sempre, come nel 1848, causa non dubbia di grandi sciagure; possano gli errori d'allora essere a tutti di un ammaestramento costante; e l'Italia, ricostituita in nazione, per virtù di Re e di Popolo, possa per virtù di Popolo e di Re serbarsi grande e potente!

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