Il 3 maggio i Toscani, che per ordine di Re Carlo Alberto dovevan prendere la destra dell'esercito piemontese, sostengono con buon successo sotto Mantova una prima avvisaglia a San Silvestro: nel successivo dì 13, buon nerbo di austriaci attacca tutta la linea da Curtatone a Montanara ed è vittoriosamente respinto sotto gli occhi del ministro Corsini, che stette impavido in mezzo al fuoco, mentre il generale Ferrari se ne stava tranquillo e sicuro alle Grazie. Le truppe regie avevan combattuto eroicamente a Pastrengo, a Crocebianca, a Santa Lucia ed ora assediavano strettamente Peschiera, mentre il generale Nugent scendeva con grandi sforzi nel Veneto e costringeva il generale Durando a ripiegare su Vicenza.
Il generale Ferrari era stato richiamato in Toscana, e da due giorni lo aveva sostituito il De Laugier, quando il generale Bava, sotto gli ordini del quale era il corpo dei Toscani, con ripetuti dispacci lo avvisa che forti distaccamenti di austriaci sono entrati in Mantova e si preparano ad attaccare all'indomani le posizioni occupate dai nostri; che occorrendo ripieghi su Goito, dove l'aiuto suo non gli sarebbe mancato.
La linea guardata dai Toscani si stendeva undici chilometri da Goito per Sacca e Rivalta fino a Montanara; aveva una fronte rivolta a Mantova di oltre 3 chilometri di lunghezza, con la sinistra a Curtatone appoggiata al lago formato dal Mincio, e la destra a Montanara. La posizione era debole t mal difesa, A Curtatone, invece di coprirci con l'Osone, canale non guadabile, e con i suoi argini, si eran formate le nostre trincee al di là del canale e del solo ponte, che sulla via maestra lo traversava, più alto del piano di campagna, non coperto ne difeso. Montanara aveva la destra affatto scoperta e poteva facilmente essere attaccata e girata di fianco. Sulla linea di battaglia tra Curtatone e Montanara, il generale De Laugier non aveva che sei cannoni e 4600 combattenti, mentre Radetzky era uscito da Mantova con 40,000 uomini e 60 pezzi d'artiglieria.
Alle 9 e mezzo della mattina comincia a tonare il cannone nemico, e in breve il fuoco dei fucili si fa su tutta la linea vivissimo. Il generale De Laugier per invitare, come egli disse, i suoi giovani soldati a sprezzare il pericolo, esce con i suoi aiutanti al di fuori delle trincee e percorre a cavallo, sotto il fuoco nemico, la parte della linea che dalla strada va a sinistra fino al lago, e al suo passaggio i soldati e i volontari, alzando i fucili, lo salutano col grido di Viva l'Italia. Di là il Generale corre a Montanara, tutti animando colla speranza della vittoria.
Anche il Battaglione Universitario, che era accampato alle Grazie, e che il Generale aveva ordine di tenere in riserva, è portato sulla strada di Mantova per attendere in colonna serrata l'ordine di avanzare. Una densa nube di fumo si alza al di là del ponte e si ode un terribile rombo; era un cassone di munizioni, che i fuochi dell'artiglieria nemica ci aveano incendiato. Passano sulla strada i feriti in gran numero; fra questi il tenente colonnello Chigi e il tenente Niccolini, che si erano eroicamente battuti. «Viva l'Italia! Vendicateci!» grida, passando, il Niccolini ai giovani universitari, dei quali, a quel grido, non è più possibile contenere l'ardore. Il Battaglione, formato com'era in colonna serrata, si muove senza che nessuno glielo abbia comandato, e fu fortuna che nel breve tratto da percorrere prima di salire il ponte, lo incontrassero l'aiutante maggiore Milani e il capitano Caminati e lo facessero sfilare per due e passare alla corsa sul ponte, dove fulminavano i fuochi incrociati dell'artiglieria nemica, che ad alcuni di quei giovani furono pur nonostante fatali. Il fuoco dei nostri fucili durò a lungo e sempre vivace, mentre un solo cannone poteva di tanto in tanto, per mancanza d'artiglieri e di munizioni, far sentire i suoi colpi.
Alle 4 pomeridiane, dopo sei ore e mezzo di combattimento, gli austriaci in forti masse si avanzano sulla strada dalla parte del lago, e il De Laugier assicuratosi della impossibilità di resistere ancora, ordina la ritirata e la fa batter più volte, perchè molti parevan decisi a morire sulle trincee piuttosto che voltar le spalle al nemico. Gli austriaci, convinti di avere avuto a fronte un grosso corpo di esercito, che avesse ripresa posizione alle Grazie, avanzano cautamente, e intanto i nostri, discretamente ordinati, si ritirano per Rivalta e Goito.
Nè con minor valore si eran battuti i Toscani comandati dal colonnello Giovannetti a Montanara. Attaccati sul fianco destro da grandi forze nemiche, più volte si erano slanciati al di là delle trincee, ed eran riusciti a respingerle: l'artiglieria aveva fatto prodigii con i tiri bene aggiustati dei suoi due cannoni, ma artiglieri e ufficiali erano morti feriti sui loro pezzi. Nuove schiere nemiche ripetevano i loro attacchi, e quando sul tardi il Giovannetti, cui non era pervenuto l'ordine di ritirarsi inviatogli dal De Laugier, si accorse di avere a fronte un esercito poderoso e ordinò la ritirata, il generale Lichtenstein lo aveva girato di fianco e, sbarrandogli la via, lo attaccava alle spalle. Molti di quei valorosi perirono, molti non pratici del terreno furon circondati e rimasero prigioni.
Dal maresciallo Radetzky, nella sua relazione sulla campagna del 1848, quella battaglia è chiamata memorabile e quella giornata gloriosa per l'esercito austriaco. E noi possiamo dire sulla indiscutibile autorità di lui, che dieci volte più memorabile fu quella battaglia e dieci volte più gloriosa fu quella giornata per i toscani, che dell'esercito austriaco non eran che la decima parte.
L'eroica resistenza dei nostri aveva dato tempo alle truppe regie di raccogliersi a Goito, dove giunto Radetzky la mattina di poi e data battaglia, fu vinto e costretto a tornare indietro e chiudersi in Mantova. In quel medesimo giorno capitolava Peschiera. Ma fin d'allora il valore dell'esercito, l'eroismo del re Carlo Alberto e dei Principi suoi figli, non bastarono a rialzare le sorti delle armi italiane. L'esercito piemontese, non ostante che prodigii di valore avesse compiuti, pure due mesi dopo dovea fatalmente ripassare il Ticino.
Nel 26 di giugno si era adunato per la prima volta il Parlamento toscano, che al discorso del trono, caldo di sentimenti patriottici e avvivato dalla fede nell'avvenire d'Italia, rispose con fragorosi, unanimi applausi. Ma nel mese successivo, quando la fortuna aveva voltato le spalle alle armi italiane, il governo, colpito dalla grave sciagura, era ricaduto nelle solite lentezze e incertezze. Si attendeva la presentazione di una legge sui volontari, perchè il timore degli austriaci vittoriosi faceva sentire il bisogno d'uomini e subito; ma il 30 luglio un movimento repubblicano, presa a pretesto la necessità di difendere il paese, messe tutta Firenze sottosopra, la Guardia civica non rispose all'appello, e la truppa piegò di fronte al popolo che invase l'aula dei Deputati. Niuna deliberazione fu presa dall'Assemblea sopraffatta, e ne seguì la dimissione del ministero Ridolfi. Gli succede un ministero Capponi, che ebbe una vita agitata di soli settanta giorni; durante i quali Livorno, conturbata dai sobillamenti del Guerrazzi e irritata per la espulsione del padre Gavazzi, si levò a tumulto, e rotto il telegrafo e arrestato il Governatore, pretendeva dettare la legge. Inviato dal Governo a sedare quei tumulti Leonetto Cipriani, ne avvenne fra il popolo e la truppa una lotta sanguinosa. Per il che dipartitosi il Cipriani da Livorno, a calmare gli animi esacerbati vi fu dal Governo inviato il professor Montanelli, e questi blandendo il popolo per farsene strumento a salire, gli promise la istituzione di una Costituente italiana, la quale avrebbe dovuto deliberare sopra la forma del reggimento politico e anche sulla conservazione della dinastia di Lorena.