I Lombardi e i Veneti, che da tanto tempo mal soffrono il freno delle forze imperiali, pubblicano una forte e nobile protesta ai fratelli d'Italia e d'Europa, e pochi giorni dopo, nel 18 marzo, senza accordi ma per impulso d'animi ugualmente esacerbati, insorgono Milano e Venezia. Dopo una lotta eroica di cinque giorni, Radetzky è costretto a ritirarsi da Milano, e dopo un contrasto meno fiero che quel di Milano, il generale Zichy capitola e abbandona Venezia. I Modenesi si sollevano e il Duca fugge difilato a Mantova; Massa e Carrara insorgono, i popoli di Lunigiana si rivoltano e Carlo Lodovico fugge prudentemente da Parma. Il 24 di marzo il re Carlo Alberto passa il Ticino, e il giorno di poi 6000 piemontesi, freneticamente plaudente l'intiera popolazione, entrano in Milano. In 14 giorni si eran compiti eventi, che appena un secolo avrebbe potuto maturare e produrre!

Il 19 di marzo giungono in Toscana le notizie di Vienna, il 21 quelle di Milano e di Venezia, e sorge un grido generale di guerra e la domanda di armi per correre sui campi lombardi. La Toscana era sprovvista di milizia e di ogni arredamento militare: i pochi soldati servivano per le parate di gala, e il popolo, scherzando, era solito dire che per truppa era trippa e per trippa era troppa. I nuovi chiamati eran da poco sotto le armi, il governo aveva chiesto al re Carlo Alberto ufficiali capaci di ordinare il piccolo esercito, e il Re aveva mandato allora il Beraudi, il Caminati, il Campia. Ma nonostante che in fatto di armamenti tutto fosse da fare, il governo aveva avviato alla frontiera le truppe regolari di cui poteva disporre.

Alle notizie di Lombardia lo spirito patriottico si era levato sublime, ma lo spirito settario si agitava più vivamente di prima per le notizie di Francia. Bande di fuorusciti entrano dalla Francia in Savoia per abbattere il governo regio, ma ne son cacciati dai savoiardi. A Firenze si tenta sollevare la diffidenza contro il Ridolfi, e si eccita la plebe a strappare l'arme austriaca dal Palazzo dell'Ambasciata e a bruciarla sulla Piazza del Granduca; e si minacciava per di più di assaltare la stessa Ambasciata, se il ministro Corsini non fosse riuscito a persuadere la eccitata popolazione che non vi erano armi proditoriamente nascoste.

In ogni parte d'Italia echeggia il grido di guerra. Ferdinando di Napoli spedisce in Lombardia un corpo di truppe sotto il comando di Guglielmo Pepe. Pio IX benedice i soldati e i volontari che partono da Roma guidati dal generale Durando. Il Granduca passa in rivista i volontari, li saluta con un discorso caldo di amor di patria, e l'Arcivescovo ne benedice la bandiera tricolore, che era dichiarata bandiera dello Stato. Anche il Battaglione della Guardia Universitaria parte acclamato da Pisa.

Il 5 di aprile il Durando coi Romani è giunto in riva al Po, e dopo aver ordinato con un caloroso proclama, ai suoi militi di fregiarsi il petto della croce, e di muovere al grido «Iddio lo vuole,» entra sul territorio della Venezia.

Prima di andare oltre, giova tener nota di due fatti importanti. Il primo, che dodici giorni dopo questo proclama, il principe Aldobrandini, Ministro della guerra, con un suo dispaccio al Durando ne approva in nome del Papa la condotta e lo autorizza a trattare un imprestito col Governo veneto; il secondo, che, nonostante lo stato di guerra, gli Ambasciatori d'Austria rimangono tuttora a Roma e a Vienna.

La rettorica, che è stata sempre una malattia per noi italiani, ci aveva portata sul labbro la frase «Fuori i barbari,» e l'Austria ne aveva saputo fare suo pro per eccitare contro l'Italia lo spirito nazionale tedesco. La Repubblica francese con la minaccia d'invadere la Savoia sotto il pretesto delle inquietudini sorte in Europa per gli avvenimenti d'Italia; le proposte dell'Inghilterra di separare la causa della Venezia da quella della Lombardia, generosamente respinte dal Re: la Sicilia e la Venezia con l'essersi costituite a repubblica; il Mazzini col suo manifesto; i cardinali, i gregoriani, il ministro d'Austria col dare a credere al Papa, che, movendo guerra ai popoli cattolici, si sarebbe dato argomento a un nuovo e più terribile scisma, tutto congiurava contro le sorti d'Italia.

Il Re di Napoli manda contro la Sicilia ribellata le milizie già pronte a partire per la Lombardia; Pio IX con l'Allocuzione concistoriale del 19 di aprile, dichiara di aver voluto inviare le truppe al confine per difendere l'integrità dello Stato, ma non volere, egli ministro di pace, far guerra all'Austria.

Aveva un bello scrivere il Ridolfi lettere di fuoco al Bargagli, ministro toscano a Roma, e questi aveva un bel ripetere al Papa che se egli stesso non avesse predicata la Lega italiana, e non si fosse posto tra la Croce e la Spada e dettata legge a tutti, non solo sarebbe perduta l'Italia, ma perduto anche il Papato e il potere temporale. Il vaticinio del Ridolfi, comunque giusto e vero, non fu ascoltato, e il Papa non ad altro si indusse che a fare, il 3 maggio, una esortazione a Carlo Alberto di posare le armi, e all'Imperator d'Austria di rinunziare alla dominazione italiana.

In questo mentre i Toscani scendevano sui piani lombardi. Brandite le armi, i giovani universitari eran partiti da Pisa e da Siena pieni di un santo entusiasmo, che si era cercato di smorzare trattenendoli a lungo per la via; ma che era cresciuto perchè lo aveva acuito l'impazienza del trovarsi di fronte al nemico. In una bella mattina d'aprile, valicando quei giovani, al canto d'inni patriottici, l'ultimo giogo dell'Appennino, si schiude innanzi al loro sguardo l'immensa pianura lombarda, coronata dai pallidi contorni delle vette alpine. Coperta da una nebbia leggiera e trasparente pei raggi del sole sorto allora sull'orizzonte, aveva l'apparenza di un mare quieto e tranquillo, e l'idea dell'infinito cresceva la magnificenza del grandioso spettacolo. Un grido solo di Viva l'Italia eruppe da quei giovani petti. Era Italia quella immensa pianura, ed era calcata dallo straniero! In quel grido l'ideale della patria, l'aspirazione di tanti secoli che ora si compiva, la fede nell'avvenire, la certezza della vittoria, tutto si rivelava in un sublime tumulto di affetti!