Gravi eventi si potevan prevedere per l'anno che incominciava, ma quali si avverarono, a mente umana non era dato vaticinare.

L'Austria fin dai primi di gennaio si mostrò intenta a domare con la forza brutale, con ogni artifizio di mala guerra il risorgimento italiano. Infuriava con le sue soldatesche barbaramente sopra i cittadini inermi di Milano, spingeva il duca di Parma ad occupare Pontremoli, aizzava i demagoghi a vangelizzare le più strane utopie, e i retrogradi a spingere a rovina il presente inneggiando al passato: con l'aiuto dei sanfedisti e dei gesuitanti, ricercava ogni meato nell'animo debole del Mastai per arrivare a ferire la coscienza del Pontefice; e fomentava, ne questa era ardua impresa, la malafede di Ferdinando di Napoli, sul quale udiste poco fa invocare benevola l'ultima parola della storia imparziale, ma che io frattanto, ormai troppo vecchio per ascoltare quella parola che sarà tarda, proseguirò a chiamare il Re Bomba.

I sovvertitori delle moltitudini trovano, in tutta la Toscana, nella città di Livorno il terreno ai loro fini adattato; e là si spargono scritti sediziosi, si invita il popolo a chiedere le armi, si accusano i Ministri di codardia e di tradimento. I tumulti che ne susseguono costringono il Governo a reagire mandando a Livorno come commissario straordinario il Ridolfi; il quale, fatto arrestare il Guerrazzi e mandatolo all'Elba, restituisce la calma all'intera città.

Ma gli eventi precipitano. Il 12 di gennaio la città di Palermo, poichè il re Ferdinando non aveva concessa la domandata Costituzione, si mette in piena rivolta, e caccia le truppe regie. E' seguìta dalle altre città dell'isola e si proclama il distacco dal reame di Napoli della Sicilia, che si costituisce in Repubblica. Il fatto pone in fermento anche Napoli; e il Re, cui duole perdere la Sicilia, promette riforme, espelle il Del Carretto e persino il suo confessore: pochi giorni dopo, alla prima promessa aggiunge quella della Costituzione, e il 10 febbraio promulga lo Statuto fondamentale. Anche il re Carlo Alberto nel dì 8 febbraio pubblica le basi di quello Statuto, che promulgato poi nel 4 di marzo, doveva per fortuna d'Italia restare solo in vigore come l'arca santa dell'unità nazionale. Nel medesimo giorno, vo' dire nell'8 febbraio, si fanno a Roma tumultuose radunate di popolo per chiedere la costituzione e la secolarizzazione del Governo papale; domande, che spingono il partito reazionario chiesastico a iniziare una guerra sorda e feroce al risorgimento italiano. Nel 15 febbraio lo Statuto è pubblicato anche in Toscana, e se ne fanno grandi festeggiamenti, e se ne rendono pubbliche grazie a Dio e al Sovrano.

Signore e Signori,

Sul quadro di cui andrò ora delineandovi appena i contorni, e al quale la vostra immaginazione darà quel colorito che io non saprò dare, due belle figure campeggiano: quella di Cosimo Ridolfi e quella di Bettino Ricasoli. Questi, costretto dall'amico, piuttosto che chiamato dal Ministro ad assumere l'ufficio di Gonfaloniere di Firenze, con grande riluttanza, più che accettarlo, lo subisce; ma subitolo, lo adempie con tale e tanto senno, con tale elevatezza d'animo e di consiglio che Firenze, comunque gli agitatori del popolo con ogni lena si adoperassero, resiste ai loro malevoli eccitamenti finchè rimane sotto il governo e la guida di lui. L'altro, il Ridolfi, da prima Ministro dell'interno poi Presidente dei ministri in luogo del Cempini, che fatto ormai vecchio si ritira, riesce a inspirare nell'animo del Principe e in quello de' suoi colleghi gli ideali della patria libera e indipendente, e con le sue concioni al popolo, con i manifesti, con i proclami del Granduca ai suoi toscani, torna a stringere affettuosi legami tra popolo e principato; e se la sua sagace iniziativa per concludere una lega italiana tra i quattro Stati costituzionali non fosse stata avversata dal Borbone e dal Vaticano, e non compresa o temuta dal Governo Sabaudo, le sorti d'Italia non sarebbero andate in rovina.

Abbenchè non comparsa ancora sull'orizzonte, forse rendeva vani i saggi consigli di lui, quella stella d'Italia che doveva guidarci all'unità nazionale!

Riprendendo il filo della narrazione sui moti toscani, non può omettersi che il Serristori, Ministro della guerra, preveduto saggiamente il futuro, aveva proposto che si portasse la leva a 4000 uomini, ma negandoglielo la Consulta si era dimesso e gli era succeduto Don Neri Corsini, il quale riesci ad ottenere che si facesse una leva di 2000 uomini almeno.

E qui comincia la serie delle grandi sorprese. Sul cadere di febbraio la rivoluzione di Parigi, la caduta della Dinastia Orleanese, la proclamazione della repubblica in Francia, fanno passare quasi inosservata la costituzione concessa dal Papa, e danno modo al Mazzini di fondare in Parigi l'Associazione nazionale italiana, che in quel momento non poteva non esser che di danno all'Italia. Alludere col manifesto firmato dal Mazzini, dal Giannone e dal Canuti alle forme di reggimento repubblicano, e proclamare il principio dell'unità quando con le forze dei quattro principati si doveva conquistare l'indipendenza, condizione essenziale dell'unità, era errore e più che errore era colpa.

Alla rivoluzione di Parigi succede di lì a poco quella di Vienna. Il terribile nemico delle nazionalità, l'autore di tante stragi, di tanti martirii, di tanti esigli, il principe di Metternich si salva a mala pena, fuggendo, dall'ira popolare, e il giorno di poi l'Imperatore concede la Costituzione ai sudditi austriaci.