Il popolo, che dalle parole stesse del Cobden autorevolmente apprendeva come la piccola Toscana fosse stata presa ad esempio di libertà dalla potente Inghilterra, se ne sentiva altero, e la brama delle riforme liberali rinfocolatasi, gli faceva provare più odiose le incertezze e le resistenze governative; ciò che addimostrava così rumorosamente, che alla fin di maggio il Governo si trovò costretto ad annunziare essere stato dal Granduca deciso che fossero rivedute le leggi municipali, compilato il codice civile e quello penale, e a Commissioni speciali, oltre questi studi, fosse affidato anche quello sul modo di ampliare la Consulta estendendone le ingerenze consultive sui pubblici affari. Grave errore il non fare e promettere, più grave ancora il promettere timido e indeterminato!

Mentre il Governo oscillava così tra il fare e il non fare, Pio IX nel luglio concede la guardia civica; di lì a poco le truppe austriache in onta ai trattati occupano la città di Ferrara; e una congiura contro la persona del Pontefice è scoperta, supposta esistere in Roma. Dai quali fatti gli animi dei toscani sono un po' naturalmente, ma più ancora ad arte talmente eccitati, che tumulti e violenze avvengono in Siena, in Arezzo, in Livorno, e sciaguratamente il conflitto avvenuto in Siena tra carabinieri e studenti, finisce colla morte dello studente Petronici, di cui l'accompagnamento funebre se poco ha di pietà, molto ha di solenne e di minacciosa protesta.

Don Neri Corsini, Governatore di Livorno, mosso da un nobile sentimento di dovere verso il paese e verso il Sovrano, prima che quei tristi fatti accadessero si era rivolto al Granduca esponendo la gravità delle cose, deplorando che le promesse del maggio antecedente non fossero in nulla adempite, e proponendo i modi per render la Consulta proficua, e al bisogno dei tempi più consentanea la legge sulla stampa. Nè il clamore dei giornali, nè le dimostrazioni popolari, nè le raccomandazioni di nuovo dirette dal Corsini al Principe e al Ministero valsero a troncare gl'indugi. Anche adempite, le promesse fatte nel maggio più non sarebbero bastate; i fatti di Ferrara e di Roma un'altra istituzione reclamavano. Il popolo voleva le armi e chiedeva la guardia civica.

Era fatale che alcuni dei Ministri per servilità verso l'Austria, altri per cieca debolezza, dovessero accordarsi nel temporeggiare, finchè costretti a fare qualche cosa in fretta e furia, la facessero male. Nel 24 agosto fu emanato il Motuproprio che riformava la vecchia Consulta in modo affatto manchevole, e la componeva quasi interamente di dipendenti dalla Corte e dal Governo. L'istituzione apparve illusoria, si tacque peraltro perchè nella Legge si diceva che la Consulta, per suo primo affare, doveva riferire sulla convenienza di istituire la guardia civica. Ma quando era decorso l'agosto e la Consulta non si adunava ancora, il fermento si spinse a tale, che in Livorno in una radunata di popolo si trattava di andare in massa e armati a Firenze, ingrossando per via, e là chiedere tumultuando la immediata istituzione della guardia cittadina.

Il pericoloso disegno si sarebbe portato ad effetto se la sagacia di Don Neri Corsini non riesciva a fare adottare invece l'invio di una Commissione presieduta dal Gonfaloniere; la quale immediatamente partì, portando al Cempini una lettera del Governatore. La Consulta, convocata per urgenza la mattina di poi, 4 settembre, espresse, ne a quell'ora poteva caderne dubbio, il voto favorevole, e un Motuproprio sovrano dichiarò la guardia civica istituzione dello Stato.

Gli affetti delle moltitudini son facili a fortemente manifestarsi come a passare da estremo a estremo, dalla fede alla disperazione, dall'amore all'odio, dalla pietà all'ira, dal dolore alla gioia; e appena nel pomeriggio del 4 si conobbe il voto della Consulta, la popolazione, che ieri rumoreggiava e fremeva, proruppe in giubilo: un solo e medesimo pensiero cadde come per incanto nella mente di tutti: domani, giorno di festa, dimostrazione al Granduca. L'accordo era prima fatto che proposto; e fu un subito correre di qua e di là, un affaccendarsi per improvvisare pennoni, stendardi, bandiere, avvisare gli amici, raccoglier bande musicali, dare a tutti il convegno intorno al tempio d'Arnolfo. E la mattina della domenica, un ventimila persone erano assiepate sulla Piazza del Duomo, disposte in ordine militare, divise come per compagnie e per plotoni, con un vessillo innanzi a ogni gruppo. Quando la testa di quella colonna fu pronta per muoversi, una brigata di giovani contadini le si fa innanzi e un di loro dice modestamente: «Non abbiamo bandiera, lasciateci unire, slam fratelli anche noi.» Quella parola fu come una corrente elettrica che percorresse tutte le fibre di quella massa di popolo: fu un grido entusiastico di Viva i fratelli, che accolse quei giovani e che si ripetè da tutti, senza che i più ne sapessero la ragione. Traversata la città giunsero i dimostranti tra il suono delle bande e i gridi di Viva Leopoldo, Pio IX, l'Italia, e senza un grido che suonasse per nessuno odio o disprezzo, sulla Piazza dei Pitti, dove l'entusiasmo salì a tale che il vicino abbracciava e baciava il vicino con le lacrime agli occhi, e si separavano senza che l'uno sapesse dell'altro nulla di più che erano italiani ambedue. Una Commissione, di cui erano a capo Ferdinando Bartolommei e Ferdinando Zannetti, due cuori ardenti di libertà, di nobile lignaggio, di pronto ingegno, d'animo generoso, il Bartolommei, pieno di sapere e di modestia, amato dai discepoli e dal popolo il professore Zannetti, salì a ringraziare il Granduca, il quale commosso affermò la sua determinazione di compier l'opera riformatrice. Circondato a quell'ora dall'amore di una intiera popolazione, era il cuore che parlava per lui, nè lo spettro dell'Austria poteva farlo scientemente mentire!

Dimostrazioni si fecero nei dì seguenti a Pisa e a Livorno. In quest'ultima città l'esaltazione salì al colmo; si arringò il popolo dalle finestre delle case, si parlò di tirannide e di tiranno. Un vero baccanale rivoluzionario definì quella dimostrazione Don Neri Corsini in una nobilissima lettera al conte Ferretti, nella quale spiegava il perchè delle sue dimissioni da Governatore di Livorno e da Ministro degli esteri.

Nel 12 settembre, nuova dimostrazione in Firenze, cui prendono parte i rappresentanti di tutti i municipi, con le rispettive bandiere nazionali gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli americani, i greci e gli ungheresi residenti in Toscana. Più di 50,000 persone sfilarono davanti il Palazzo Pitti, e se questa seconda dimostrazione non si elevò all'entusiasmo cui giunse la prima, fu però più grandiosa e fu la più bella espressione dell'alleanza tra popolo e principe, di fraternità tra popolo e popolo. In questa dimostrazione il concetto unitario era rappresentato da poche bandiere tricolori e il concetto federativo da molte, nelle quali al bianco, al rosso, al verde il giallo era aggiunto.

Le minaccie dell'Austria raffreddano gli animi del Granduca e de' suoi ministri. Don Neri Corsini, che aveva incitato Principe e Governo a frenare il movimento col metterglisi alla testa proclamando la costituzione, è invitato a dimettersi, ma la marea monta sempre più, e per farle argine Cosimo Ridolfi è chiamato al Ministero dell'interno. Intanto Carlo Lodovico di Lucca, smentendo le promesse che per paura aveva fatte ai Lucchesi, mercanteggia il Ducato con l'Austria, e il Governo toscano per impedirlo, cede a tutte le pretese del Ward, quell'uomo che dalla stalla era salito al grado il più eminente del Ducato ed era del suo Sovrano ben degno rappresentante. I trattati del 15 per la reversione del Ducato di Lucca al Granduca di Toscana imponevano la cessione di Fivizzano, di Pietrasanta, di Barga e di alcuni distretti lucchesi al Ducato di Modena, e Carlo Lodovico per anticipare quella reversione aveva preteso, e il Governo toscano concesso, la immediata cessione a lui del territorio e della città di Pontremoli.

L'unione del Ducato Lucchese fu generalmente accolta in Toscana con gioia, ma porse ai funesti mestatori argomento per accusare il Governo d'aver tradito i popoli di Lunigiana, e per animar questi a disperata resistenza, specie dopo che dalle truppe estensi erasi proditoriamente occupato Fivizzano e non senza spargimento di sangue. Si tornò alle radunate di popolo, alle suppliche, alle minacele in favore dei fratelli lunesi. Pio IX, invocato da loro, aveva promesso spontaneamente di intercedere presso Francesco V e Carlo Lodovico; e il Governo, che non amava di meglio che serbare quei popoli alla Toscana se non glielo avessero impedito i trattati, aveva inviato il barone Ricasoli a Carlo Alberto, che non rifiutò i suoi buoni uffici, comunque dubitasse che la ressa dei Duchi fosse aizzata dall'Austria. Tutto riesci vano, e nel novembre del 1847 non si ebbe di buono che la firma dei preliminari per la lega doganale tra Piemonte, Roma e Toscana, e la promessa che Carlo Lodovico non avrebbe preso possesso di Pontremoli se non succedendo, secondo i trattati, a Maria Luisa nel Ducato di Parma; ciò che accadde ben presto. Morta la duchessa nel 17 dicembre, il duca di Modena e il nuovo duca di Parma si affrettarono nel 24 dicembre a fare un trattato di alleanza con l'Austria, la quale spinse subito le sue truppe sopra i Ducati.