Ma intanto lo spirito reazionario aveva levata la testa; chiamava Pio IX un intruso, un vecchio massone, un incredulo: negli Stati pontifici erano a fronte gregoriani e piani, in Toscana retrogradi e riformisti, e la scissura, entrata fra i liberali, li aveva divisi in moderati e in esaltati. Alle lettere politiche, con le quali il Balbo accusava le società segrete, rispondeva irosamente il Montanelli con un opuscolo firmato Un Romagnolo. E mentre le forze dei liberali si sciupavano così nell'attrito delle accuse, delle querimonie, delle violente difese, i partiti estremi toglievano occasione dalle sofferenze delle classi povere per la carezza dei cereali prodotta dalle scarse raccolte, onde soffiare nel fuoco e far scoppiare disordini in Modigliana, in Pistoia, in Monsummano, e più gravi ancora in Livorno. Il 1847 cominciava sotto cattivi auspicii, e dava a credere che sarebbe stato torbido e burrascoso.

La restituzione del Renzi e il sospetto che la Toscana dovesse servire ai raggiri dell'Austria aveva scemato l'affetto per il Principe, e reso impopolare il Governo. Si sapeva che il Neuman, ministro austriaco presso il Granduca, gli aveva offerto il concorso delle truppe imperiali per sedare i tumulti che avvenivano ora in questa, ora in quella parte della Toscana. Erano per di più arrivati in Firenze Francesco V di Modena, che da poco aveva ereditato dal padre il regno e l'odio dei suoi sudditi, e insieme con lui l'arciduca Ferdinando d'Austria, quello stesso che l'anno innanzi comandava la Gallizia, quando l'Austria, armata la mano dei contadini, aveva coadiuvata la più orribile carneficina di migliaia di polacchi, ed era giunta perfino a impedire le collette per le vedove delle vittime e per gli orfani, dei quali per più che 200, ancora infanti, non si conosceva neppure il nome, perchè i parenti, gli amici, i domestici loro erano stati uccisi in quell'immane eccidio.

Naturalmente i fiorentini guardavano di mal'occhio i due ospiti, e nel modo medesimo, poco dopo, i pisani guardavano l'arciduca Ferdinando, il quale si era recato a Pisa, dove aveva palazzi e terre ereditate dalla madre Beatrice Cibo d'Este, e di là corrispondeva col Duca Carlo Lodovico di Lucca, uomo che in vita sua ne aveva fatte di tutti i colori; libertino, protestante, cattolico, liberale e in quel momento assolutista arrabbiato. E là si trattenne l'Arciduca finchè, annoiati i pisani per la sua presenza, con una pacifica ma espressiva dimostrazione dinanzi al suo palazzo, lo costrinsero a tornarsene in Austria donde era venuto.

L'incertezza che dominava nel governo, si manifestava ogni giorno o col lasciare andare, o col prevenire soverchio, ora col subitaneo rifiutare, ora col troppo tardo concedere; e intanto l'agitazione cresceva. I così detti Bollettini della stampa clandestina fioccavano frequenti, ma non più da una sola e medesima fonte. Alla stampa dei giovani liberali, la quale se talvolta aggressiva, era ispirata pur sempre agli alti ideali della patria, si era aggiunta quella dei retrogradi e del partito d'azione; questo che voleva tutto e subito, quelli che cercavano di mandare tutto a rifascio il più presto possibile. La polizia si arrovellava invano per scoprire gli autori della così detta clandestina, e per sbizzarrirsi ficcava in prigione gran numero di operai tipografi, bandiva dalla Toscana il marchese Massimo d'Azeglio, ed esigeva dallo stesso Ministro Cempini che il figlio di lui, Leopoldo, giovane d'alto ingegno, d'animo aperto, di affetti e di entusiasmi facile, liberale fervido, ai compagni agli amici carissimo, dovesse a suo malgrado fare un viaggio in Germania.

Ciò non ostante al Granduca e ai suoi Ministri non mancarono consigli valevoli a cancellare le insorte diffidenze e riportare la calma nelle popolazioni. Il marchese Cosimo Ridolfi, il quale come Aio del Principe ereditario, aveva consuetudine col Palazzo Pitti, non lasciava occasione per parlare al Granduca di ciò che il Paese desiderava, tanto che gli amici gli avevano dato il nome di Predicatore, comunque e' dicesse che predicava al deserto, e paragonasse l'animo del Principe a una lavagna, sulla quale si poteva scrivere ciò che si voleva, ma sulla quale chiunque venisse dopo, cancellava e riscriveva con la medesima facilità. Bellissima nella sostanza e nella forma è la petizione che il barone Ricasoli presentava al Cempini nel 3 marzo, esponendogli quale fosse il vero stato della Toscana, quali le necessità, quali i pericoli, e per quali mezzi fosse possibile scongiurare questi e a quelle provvedere. Saggi consigli, che il Ricasoli aveva maturati col Lambruschini e col Salvagnoli, e che avrebbero infrenato il movimento col farsene il Governo stesso guida e moderatore, e ridestato verso il Sovrano i sopiti affetti del popolo!

Il Cempini lodò la petizione e promise di presentarla al Granduca; ma poi dicendo che si trattava di cose assai gravi e che occorreva tempo a ben ponderarle, pose tutto a dormire: se non che contro quel sonno cospiravano gli eventi. Pio IX in quel mentre emana un editto sulla stampa che tempera quello del 1825, e sorgono immediatamente due giornali, il Contemporaneo a Roma, il Felsineo a Bologna. E il Ricasoli, che nella sua petizione aveva esposta la necessità di render libera ogni onesta manifestazione di pensiero, torna dal Cempini, gli presenta una seconda petizione, dimostra il grave pericolo che la stampa clandestina ecciti ancora le passioni popolari, e l'urgenza che una legge sulla stampa sia emanata dal Principe con tutta l'apparenza della più assoluta spontaneità, e unisce alla petizione anche un disegno di Legge redatto dal Salvagnoli.

Per mala ventura i liberali moderati trovarono in ciò un punto di disaccordo. Tutti deploravano le intemperanze della stampa clandestina; ma, per frenarla, gli uni volevano ottener dal Governo il permesso di istituire un giornale, che sostenendo i principii della libertà commerciale rassicurasse il paese dai timori di perturbazioni popolari e di attacchi alla proprietà, e dasse allo Stato la forza morale occorrente con lo spingere i cittadini a valersi delle neglette istituzioni municipali; gli altri sostenevano che prima di fondare un giornale si doveva ottenere che una legge sulla stampa fissasse nettamente i diritti e i doveri dei cittadini. Antesignano dei primi il Capponi, dei secondi il Ricasoli: la discussione si faceva sul Felsineo di Bologna, scrivendo per questi il Salvagnoli ed il Buschi, per quelli il Digny. Ragione del discutere era il dubbio se la stampa clandestina potesse combattersi, quando il mezzo legale per esprimere liberamente il proprio pensiero non si fosse prima ottenuto. Validi gli argomenti degli uni e degli altri, ma deplorevole che le forze si scindessero quando più occorreva che si spiegassero unite.

Il Governo studia a lungo, e di malavoglia il 5 di maggio emana una legge non peggiore di quella romana, ma ispirata dalla paura, dalla diffidenza, e dalla caparbietà poliziesca. Niuno se ne accontenta, e per quanto si voglia festeggiare la legge sulla stampa libera, la dimostrazione a Firenze riesce meschina, ostile a Siena, tumultuosa a Livorno.

Si comprese, è vero, che certe restrizioni filate d'ottobre non sarebbero giunte a novembre; ed uno dei primi atti dell'ufizio di revisione in Firenze fu quello di permettere al Salvagnoli la ristampa del suo Discorso sullo stato politico della Toscana, in cui esponeva francamente ciò che principe, governo e privati avrebber dovuto fare per conseguire il bene e preparare il meglio di questo paese. Di giornali, primo sorse l'Alba diretta dal La Farina, scrittori il Vannucci, il Mayer, il Mazzoni, la quale non ostante gli entusiasmi per Pio IX, si chiarì presto avversa al poter temporale. Uscì quindi la Patria, diretta dal Salvagnoli, in cui scrivevano il Lambruschini e il Ricasoli; e questa per il suo stesso programma — alleanza tra libertà e principato — quando, invece di attutirsi, crebbero le diffidenze contro il governo toscano, si orientò verso il Piemonte. In Pisa era sorta l'Italia, la quale, diretta dal Biscardi con la collaborazione del Centofanti, del Giorgini e del Montanelli, s'ispirava al misticismo dell'idee giobertiane. Il Corriere Mercantile in Livorno si era trasformato in giornale politico.

Ma quasi che il movimento non fosse abbastanza rapido, un altro fatto venne ad imprimergli un impulso nuovo. Riccardo Cobden, il propugnatore nel Parlamento inglese delle istituzioni toscane sulla libertà del commercio, era nel maggio giunto in Firenze. La pleiade dei liberali, che aveva come suo centro l'Accademia dei Georgofili, brillava di nuovo splendore. Nelle allocuzioni, nei banchetti, nei parlari amichevoli, al tema delle libertà commerciali si associava quello delle libertà civili e politiche, e il Lambruschini chiudeva i festeggiamenti inneggiando alla libertà universale, che sarebbe stata la santa alleanza dei popoli e la preparatrice dei tempi, ai quali è promesso un sol gregge e un solo pastore.