Da sì lungo servaggio alzarla a regno!
Era questo popolo toscano che sentiva nel suo idioma ardere il fuoco sacro dell'unità nazionale!
In quel periodo non breve dal 1815 al 1845, in Toscana e specie in Firenze si viveva come in una famiglia. Dell'aristocrazia feudale, spossata già dalla repubblica democratica e dalla mollezza medicea, morta e seppellita con le riforme leopoldine, non si aveva neppur l'idea. Le famiglie più illustri eran venute su dal commercio, e salite a potenza per dovizie e per fama, perchè taluno dei suoi, in casa o fuori, aveva fatto fortuna nelle arti della seta, o della lana, o del cambio, e perchè non era mancato mai chi o col consiglio, o con la dottrina, o con l'opera, ne tenesse il nome alto e venerato. E il popolo, che sapeva esser quelle famiglie uscite dal proprio seno, le amava e le rispettava, quasi ne traesse ammaestramento che il lavoro le aveva nobilitate, e che il lavoro apriva a tutti la via onde conseguire dovizie ed onori.
Il Governo lorenese, benchè assoluto, era stato quasi sempre paterno, nè quando avesse voluto infierire, avrebbe trovato in Toscana un Riccini o un Del Carretto. I Ministri del Granduca, mancati alla vita il Fossombroni e Don Neri Corsini, non avevano una gran levatura di mente, e, se ligii per paura all'Austria, eran di buona pasta e d'animo mite. L'epigramma era l'arma del popolo se offeso dalla prepotenza di qualche Commissario di polizia. Le sètte in Toscana non attecchivano, se si eccettua, per le sue condizioni speciali, Livorno; i Gesuiti cacciati da Leopoldo I, non eran più riusciti a mettervi piede, e fu per il popolo toscano un vero olocausto alla libertà e all'unità conquistata, quando il nuovo regno schiuse loro i vietati confini dell'ex Granducato. Le scuole eran poche, ma buone ed intese a istruire e a educare: la gioventù era generalmente ammaestrata nelle Scuole Pie, e bisogna pur dire che quei Padri, con l'insegnamento classico in specie, si studiavano di formare il carattere dei loro alunni; e instillando ad essi nel cuore l'amor della patria, li educavano ad essere e a sentirsi italiani.
A diffondere le idee liberali non si trascurava mezzo ne occasione. E per offrire qualche esempio, il marchese Cosimo Ridolfi, anima candida, di grande ingegno e di largo sapere, lasciava il proprio palazzo in Via Maggio e andava ad abitare nella Pia Casa di Lavoro, della quale aveva assunta la direzione, per dare con l'esempio delle sue virtù, con la dolcezza della sua parola il più utile degli ammaestramenti a quei giovani là ricoverati. Il barone Bettino Ricasoli, uomo di elevati sentimenti, di saldi propositi, nei doveri verso la famiglia e verso la patria rigidissimo, si ritirava nel suo Brolio per dare ai suoi numerosi coloni un catechismo di morale insieme colle pratiche dell'agricoltura. L'Accademia dei Georgofili, discutendo delle libertà economiche, teneva vivo il sentimento delle libertà civili e politiche. Il Vieusseux, col suo gabinetto, dove convenivano pensatori, letterati, studiosi da ogni parte d'Italia, e con la sua Antologia, faceva larga propaganda d'idee liberali; e cessata l'Antologia per ordine del Governo, ne tenevano il luogo le edizioni di Felice Le Monnier, alle quali le ostilità e i divieti degli altri governi italiani, davano, mercè la clandestina diffusione, una più potente efficacia.
Da tutto quanto vi ho esposto, facile è il dedurre come nessun popolo in Italia più del toscano, si trovasse all'alba del 1846 temperato agli alti ideali della libertà, dell'unità nazionale, e per essi pronto ad agitarsi, e a combattere!
Quel Renzi, che aveva così infelicemente condotta la sommossa di Rimini, era di nascosto tornato in Firenze, e saputolo monsignor Sacconi, incaricato apostolico, ne aveva chiesta l'estradizione fondandosi sopra un vecchio trattato conchiuso tra il Granduca e il Pontefice. Grandi simpatie si destarono in tutta la Toscana a favore del Renzi, e Vincenzo Salvagnoli dettò una commoventissima supplica, che la stessa moglie del Renzi presentò, piangendo, al Granduca. Tutto fu inutile; nel Ministero toscano non era più chi potesse resistere a Roma: e con grande e generale rammarico, nella notte del 24 gennaio il Renzi, condotto al confine, fu consegnato ai soldati del Papa. Se poi il Renzi non si mostrò degno di tanta simpatia, ciò non tolse che il popolo giudicasse severamente e principe e governo, e che una eletta schiera di giovani, che si disse ispirata dal Montanelli, per combattere in nome della libertà, cominciasse allora e per quel fatto a valersi della stampa clandestina, arma potente ma pericolosa, e che avrebbe poi contribuito a precipitare il movimento a rovina.
Vincenzo Gioberti col suo Primato aveva apertamente posta la questione del risorgimento italiano, e comunque non si prestasse, specie in Toscana, gran fede ad una federazione di Stati sotto la presidenza del Papa, la discussione era sorta, ed era buono che i Gesuiti l'avessero inasprita, spingendo il Gioberti a modificare e temperare coi Prolegomeni il suo primo concetto. Mentre il dibattito si faceva sempre più vivo, e lo stesso guelfismo lo rendeva più acutamente avverso all'Austria, moriva senza rimpianto Gregorio XVI, ed era in breve ara proclamato a suo successore Giovanni Mastai Ferretti vescovo d'Imola, uomo di molto cuore, ma non di gran mente, e che cedendo agli impulsi dell'animo buono, iniziò il suo regno con la solenne amnistia di tutti i condannati politici, dei quali rigurgitavano le galere e le carceri pontificie.
Se il principe di Metternich, profondo conoscitore degli uomini e delle cose, fu costretto a confessare che un papa liberale non se lo era immaginato mai, si capisce come quell'atto magnanimo del nuovo Pontefice rendesse stupefatta l'Italia e l'Europa. Le idee giobertiane non eran più delle vane utopie. Ai liberali italiani l'amnistia, invece che la espressione di un mero sentimento di carità cristiana, apparve come la rivelazione di un gran concetto politico; e il fatto del papa liberale, mentre afforzò il sentimento dell'indipendenza e della libertà, di tanto avvivò il concetto della federazione di quanto fece impallidire e annebbiare quello dell'unità nazionale.
Che se al Congresso degli scienziati italiani apertosi in Genova nel novembre, al quale per concessione del Papa intervennero anche i romani, si parlò di scienza, ma non meno di politica, e di confederazione tra i principi con a capo o Carlo Alberto o Pio IX; se a dire del. Lambruschini quel Congresso per altezza e saviezza di sentimenti superò tutti gli altri; se nel 5 e nel 6 di dicembre si festeggiò, pure in Genova, il centenario del Balilla, e per suggerimento del Mamiani, a mostrare la conformità degli intenti, in quelle due sere si accesero grandi fuochi su tutte, fino sulle più lontane vette dell'Appennino, era sempre il principio dell'indipendenza e della libertà non dell'unità che informava e i parlari degli scienziati e le dimostrazioni del popolo.