A tutto si contrappose l'egemonia piemontese, che non poteva avere altro risultamento se non questo dilemma: o finis Italiae, o unità nazionale sotto la monarchia di Savoia. In tale concetto, attuato con ardimento, fortuna e ingegno senza pari dal Conte di Cavour, gli Italiani si unirono, appunto perchè era nuovo, appunto perchè in antitesi diretta con tutta la storia passata, appunto perchè liquidate tutte le forme rivali, era rimasto il solo possibile.

Il trionfo d'una rivoluzione non si consegue che piegando colla persuasione o dominando colla forza del numero le energie indisciplinate, che disgregate possono poco o nulla e divengono irresistibili solo allorquando, o persuase o costrette, fanno gruppo ed impeto tutte ad un segno. Così fu in Inghilterra nel 1688, così fu in Francia nel 1789, così fu in Italia nel 1859 e '60.

Dinanzi a così nuovo spettacolo, il federalista repubblicano, Giuseppe Ferrari, deputato al primo parlamento italiano e storico delle secolari e implacabili antinomie italiane, guardandosi attorno e vedendo che strana varietà d'uomini, provenienti da tante vecchie scuole e da tanti partiti politici si accingeva nel 1860 a proclamare l'unità italiana, ammoniva i colleghi: badassero; esser essi vittime al certo d'una fatale illusione e star per commettere un errore così madornale, che ci avrebbe tutti condotti a Dio sa quali disastri.

Gli rispose Marco Minghetti (anch'esso un convertito recente all'unità) che forse il Ferrari si credeva ancora al tempo dei Guelfi e Ghibellini, dei Visconti, degli Sforza o del Duca Valentino e che in verità lo storico illustre gli somigliava uno di quei sette dormienti della leggenda, che, svegliatisi dopo cinque secoli, nè più intendevano gli altri, nè gli altri loro.

«Può darsi che io abbia dormito,» replicava a un dipresso il Ferrari, «il sonno magico della scienza; ma mi svegliò il cannone di Magenta e di San Martino, e allora m'informai o seppi dipoi che una grandissima novità stava per accadere, l'unità italiana sotto la monarchia di Savoia. Fate pure! Ma siete voi ben certi che l'Italia sia uscita del tutto dalla profonda e torbida notte della sua storia, e del tutto mutata, da quella di prima? Altrimenti, siete voi che dormiste, che dormite ora più che mai, e il vostro destarvi sarà ben peggio del mio. Vi potrà succedere, vale a dire, non di destarvi al pari di me in un'ora di vittoria, ora divina per tutti, ma se non proprio nell'ora infame del disastro e del pentimento, in quella ben più demoralizzante delle illusioni, che si dileguano, degli sconforti, che opprimono, e delle speranze, che cadono ad una ad una».

Siamo proprio in quest'ora, o signore! E se le forze conservatrici della monarchia liberale, che han fatta l'unità della patria, se ne staranno ancora inerti e discordi, e tutte le forze dissolventi, e apertamente o copertamente nemiche, si lascieranno invece agir sole ed in piena impunità, potrà avverarsi ben peggio del pronostico di Giuseppe Ferrari ed il problema della storia d'Italia ritornerà al punto, da cui il programma unitario (questa novità, questa gloria della nostra Rivoluzione) pareva averlo tratto per sempre.

GLI EROI DELLA RIVOLUZIONE

CONFERENZA
DI
FRANCESCO S. NITTI.

L'Italia è la terra degli Eroi.

Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si chiedeva: e perchè dunque l'Italia è la terra degli eroi?