Se si vuole dunque una tradizione unitaria o federale nella storia d'Italia, essa incomincia dopo l'invasione francese del 1796 e già per opera di molti valenti scrittori (di Augusto Franchetti e di Carlo Tivaroni principalmente) ne furono notate e raccolte diligentemente tutte le più minute testimonianze, monarchiche e repubblicane, anche all'infuori della grande letteratura politica, che precede e accompagna i nostri tentativi rivoluzionari.

Ma quei sistemi unitari e federali non varcano i limiti del libro, dell'opuscolo o delle ispirazioni individuali di patriotti e di poeti. L'unica applicazione del sistema unitario monarchico è nel regno napoleonico, ma incompiuta e dipendente dallo straniero.

Contuttociò valse a ridarci il sentimento d'una grande e regolare compagine di governo, valse a ridarci colle armi le virtù e le abitudini militari spente ovunque, salvo in Piemonte, ed i ricordi di quel breve sogno di redenzione italiana non perirono più.

Quanto al sistema federale, l'esperimento più prossimo alla realtà è nella rivoluzione del 1848, ma non potè oltrepassar mai una lega doganale fra Roma, Piemonte e Toscana, mentre la federazione politica, con una Dieta permanente in Roma sotto la presidenza del Papa, si trascinò in vani tentativi, progetti e negoziati senza conclusione, dai primi ministeri liberali di Pio IX alla missione Rosmini in Roma, al ministero Alfieri in Piemonte, al congresso federativo promosso in Torino da Vincenzo Gioberti e al ministero di Pellegrino Rossi.

La liquidazione finale del sistema federale monarchico avviene, secondo me, quando il Rosmini, che già avea concordato un disegno di confederazione, in cui assegnava alla Dieta residente in Roma l'ufficio di dichiarare la guerra, quietando così gli scrupoli, che aveano prodotta la defezione di Pio IX, quando il Rosmini, dico, fu sconfessato del Ministero Piemontese e gli fu ingiunto di chiedere soltanto qual contingente il Papa potesse dare alla guerra. Il Rosmini si ricusò di fare questa domanda, ma ecco eccitati di nuovo nella Corte di Roma e nel Papa tutti gli antichi sospetti contro l'ambizione piemontese, ed ecco ita in fumo ogni idea di federazione. La riprese Pellegrino Rossi, appena fu ministro di Pio IX, ma fermo nell'idea che per allora non si dovesse ripigliare la guerra e che in ogni caso non si potesse pensare a far senza l'aiuto del re di Napoli, osò includerlo nel progetto, e questa pure, fra le tante, fu una delle cagioni della sua tragica fine.

Il Rosmini invece, benchè persuasissimo della propria sconfitta, seguì il Papa a Gaeta e la persecuzione, che colà ebbe a soffrire il grand'uomo, e l'abbandono codardo in cui Pio IX lo lasciò, sono uno degli scandali più ignobili dalla reazione, che ormai imperversava. Il sistema federale monarchico finisce per sempre così.

Non ebbe molto più lunga fortuna il sistema, unitario repubblicano del Mazzini. A lui, Triumviro in Roma nel 1849, se anche pensò ad attuarlo, mancò il tempo, e se anche avesse potuto superare le ripugnanze del Guerrazzi in Toscana, quelle del Manin in Venezia e il fatto che Carlo Alberto e il suo fedele Piemonte stavano già di nuovo e da soli in campo contro l'Austria, la necessità sopravvenuta subito della difesa di Roma contro i Francesi, non gli permise neppure di tentare.

Pure la Repubblica in Roma era così gloriosamente caduta, che un po' di questa gloria ridette nuovo vigore al programma del Mazzini.

Ma la libertà mantenuta in Piemonte dopo Novara e i tentativi vanissimi del 1853, che determinarono tanti abbandoni dell'apostolo incorreggibile, compiono altresì la liquidazione finale del sistema unitario repubblicano.

Del sistema federale repubblicano quasi non occorre parlare, giacchè esso non fu mai che l'ubbia di qualche solitario, il Cattaneo, Giuseppe Ferrari e pochi altri, ai quali, nella genialità grande dell'ingegno, questo ordinamento pareva o più conforme all'indole nazionale nella terra classica delle città o più atto ad assicurare ai popoli, se non altro, una modesta felicità. Un sogno, che ne vale un altro!