Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia collettiva: la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici.

È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand'anche furono grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e perchè interpetrarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.

L'eroe silenzioso, come dice Carlyle, l'eroe che vive di sè stesso e dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito nè esisterà mai.

Ma l'ammetterlo dà a noi una debolezza: poichè ci fa rassegnare a una specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento difficile: manca l'uomo. E attendiamo l'uomo provvidenziale. Anche adesso, nelle difficoltà dell'Italia presente, che sono prova del suo sviluppo, anche adesso, noi ci chiediamo se tutto non finirebbe se avessimo un uomo. E bene: l'uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi, e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.

Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo — è noto che colui il quale ha trovato l'espressione di superuomo, Federico Nietsche, ha finito, povero ueber mensch in un manicomio quelle teorie che vi pareano nate dentro — vi sono però uomini i quali riescono a compiere opere straordinarie, e a fare ciò che la folla non riesce nè meno a concepire.

In questo senso vi sono gli eroi.

Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna, vi è un uomo che si ribella solo o con pochi: se egli non ha quasi speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di rivolgimenti futuri, o ch'egli stesso vinca, nell'un caso e nell'altro è sempre un eroe.

Ma l'eroe in questo senso non è che la espressione di un male: cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande depressione.

L'eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque l'eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese depresso.

Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna! Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo che vince o vincerà soggiacciono!