Ora s'era ridestata più risoluta la volontà, s'erano maggiormente accesi lo spirito di sacrificio e l'energia del bene, s'era fatta più stretta quella santa unione d'avvenire, di speranza, di lotte che dovea condurre l'Italia in trionfo «Sovra l'intatto scudo di Savoia.»
Italia e Vittorio Emanuele fu il grido, che risuonò in ogni parte della penisola, unendo i fratelli, chiamando gli avversari alla pugna, facendo dimenticare in quel santo grido tradizioni e interessi regionali, orgogli municipali, secolari nimistà. E le zolle d'Italia rosseggiarono di sangue italiano, a preparare il trionfo del Re. I plebisciti confermarono le brame dei popoli, e il 18 febbraio 1860 s'aperse il primo Parlamento italiano. Dopo un mese, Vittorio Emanuele II, fu, per legge, proclamato Re d'Italia.
Così, o signori, in questi grandi avvenimenti della storia gli uomini che credono dirigerli sono da essi trascinati, e nel fondo del quadro vi è l'eroe oscuro, ignorato, il quale decide di tutto e di tutti ed è la coscienza del popolo, che in certe ore si risveglia e s'impone. Gl'Italiani erano maturi pel grande riscatto nazionale.
Ben poteva l'imperatore di Francia, con i migliori e più alti intendimenti, divisare un'Italia distribuita in nuovi regni, ma omai la coscienza del popolo nostro era così sveglia e vigilante, gli uomini che la dirigevano o la esprimevano, il Re, Cavour, Garibaldi, Ricasoli, Farini, Minghetti ed altri spiriti magni di cotale grandezza, erano così degni d'interpretarla, che qualunque errore o qualunque tradimento della politica si sarebbe trovato il modo di torcerlo a favore della unità nazionale.
Se Napoleone proseguiva la guerra, l'unità si Sarebbe fatta all'ora voluta dalla storia con lui, senza di lui, o contro di lui. Arrestatosi al Mincio, il dolore della delusione fece prorompere anche più impetuoso il bisogno della unità in un popolo come il nostro, rappresentato da statisti come i nostri, i quali in certi momenti accoppiarono le doti degli eroi con quelle dei più fini diplomatici. Il Cavour, nel suo aspro colloquio col Re dopo Villafranca, è un eroe che dimentica i doveri del ministro verso il suo Re. Il Garibaldi, che sulle balze del Tirolo sa fermarsi e obbedire, è un politico istantaneo, che lascia dimenticare per qualche momento l'eroe. E di tutti questi coraggi irreflessivi e di tutti questi accorgimenti santi aveva bisogno la patria per unirsi, anche quando pareva che il cielo e la terra, il papa e Napoleone III contrastassero alla sua unificazione. E pensando a quelle giornate del nostro riscatto, nelle quali nè la nazione, nè gli uomini che la dirigevano commisero errori, quando pareva che tutti i grandi della nostra storia si alzassero dai loro sepolcri per inspirare i vivi, dobbiamo anche essere più indulgenti verso le presenti miserie e meno pessimisti.
Ogni giorno non c'è una patria da creare, ma neppure i languori, gli errori, le colpe dei contemporanei ci tolgono la fede che nei giorni di supremo pericolo non si troverebbero le energie del '59 e del '60. Poichè, o signori, è contrario alla legge della continuità storica, che un popolo il quale, quaranta anni or sono, era composto tutto di veggenti, di diplomatici, di eroi, dovesse oggi essere formato soltanto di queruli, di critici e di mediocri.
Vengano le ore dei grandi pericoli, troveremo l'antica grandezza.
Alziamo tutti gli ideali nostri, e troveremo gli antichi fervori.
La responsabilità maggiore di quest'ora opaca che si attraversa è nella piccolezza degli uomini politici, ma, fuori della vita politica, nelle industrie, nelle arti, nelle scienze, ritroviamo ancora l'Italia del '59 e del '60.