Non indagheremo quanto sulla repentina deliberazione abbian potuto le notizie di Germania, la quale nelle vittorie francesi vedeva un pericolo e una minaccia. La pace sul Mincio evitava forse la guerra sul Reno.

Parve per un momento dovesse l'Italia cedere per sempre al destino avverso. Sulle fulgide glorie di Palestro e di Varese, di Montebello e San Martino, di Magenta e Solferino si stendeva come un velo funereo. Angoscie e lagrime scoppiarono irrefrenate nel Veneto, condannato ancora al servaggio abominato, mentre si alzavano rinnovellati alle prime aure di libertà i più felici fratelli della Lombardia, della Toscana, dell'Emilia.

Quando Napoleone lesse a Vittorio Emanuele i capitoli della pace di Villafranca, questi non si potè trattenere dall'esclamare: «Povera Italia!» Ed avendo l'Imperatore soggiunto: «Ora vedremo quello che sapranno fare gl'Italiani da soli» — «Spero» rispose Vittorio Emanuele «che tutti faremo il nostro dovere.» E lo fecero.

Il conte di Cavour, il quale in un memorando colloquio con Vittorio Emanuele, voleva che il Re respingesse sdegnosamente la pace, si dimise da ministro e al Farini, che annunziava da Modena la sua risolutezza di resistere anche a costo della vita, al ritorno del Duca, egli scriveva: «Il ministro è morto, l'amico applaude alla risoluzione che avete presa.»

Ma sbollita l'ira e calmato il dolore fu lo stesso conte di Cavour, che al principe Girolamo Bonaparte scriveva: «Bénie soit la paix de Villafranca.»

Sacra antiveggenza del genio!

Una nuova vittoria ottenuta con l'aiuto di Francia, avrebbe bensì resa libera Venezia e costituito un forte regno nell'alta Italia, ma avrebbe resa onnipotente nella penisola la supremazia francese, la quale avrebbe rimessi sul trono principi invisi, cacciati per virtù di popolo.

Le mutate contingenze politiche mutavano l'avviamento delle menti italiane, e il concetto dell'unità italiana era rinnovato dagli avvenimenti.

Senza Villafranca non sarebbe stato possibile il magnanimo ardimento del Re guerriero, il quale, invece d'essere la coscienza e il braccio della rivoluzione, avrebbe dovuto rispettare i patti imposti dalla Francia. Senza Villafranca non avrebbe, no, potuto Garibaldi, l'epico cavaliere, rovesciare, con l'aiuto del Piemonte, con il concorso dell'Inghilterra, il governo nefasto dei Borboni, negazione di Dio. Senza la pace di Villafranca non sarebbe stato concesso al Cavour di far parlare l'anima sua entusiasta di cittadino più alto dello spirito prudente e chiuso del diplomatico. Senza la pace di Villafranca finalmente, non avrebbero potuto gli uomini migliori della penisola far risuonare insieme al grido augusto di libertà il tuo santo nome, o Italia!

Roma era ancora schiava, Venezia si dibatteva fra le ribadite catene, Napoli e Sicilia fremevano sotto un giogo abominato, ma restava sempre una grande idea: — l'Italia — un gran sentimento: — l'amor della patria, — reso più tenace, più forte dal dolore delle infrante illusioni. Sì, l'amor della patria, sfavillante più puro nella luce del sacrificio, si ergeva ancora fidente, con tutte le sue forze, sino all'ultimo suo fine, in tutti i suoi modi.